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4 dicembre 2007
La cosa (bianca).

di Galatea 


na volta, di bianco, in Italia c’era la Balena. Che stava immobile, ma, da bravo cetaceo, riusciva a rimanere sempre a galla, nonostante le correnti ed il mare procelloso.

Poi, con una svolta verso il libero mercato e l’epoca dello spot, di bianco c’è stato il Mulino, esempio di famiglia catodica felicemente idiota (nel senso etimologico del termine: idiota, dal greco, idiotes, colui che si occupa del suo privato e non del politico, sia chiaro!): e infatti i quattro membri, asserragliati in un casolare lontano dal mondo, limitavano le loro scelte sociali al tipo di merendine.

GUEST STAR - Ora, in questa Italia in cui la confusione regna sovrana, i sovrani, invece di regnare, chiedono risarcimenti, i partiti si fondano in allegri ritrovi in piazza all’ora dello spritz e le alleanze si sfondano almeno due volte al giorno, ecco che sulla scena erompe la “cosa bianca”. Il nome è evocativo di una roba indefinita epperò, di suo, ingombrante. Diciamolo: un macigno che incombe sugli schieramenti politici italiani. Ma più che una spada di Damocle pendente sul capo dei politici, la “cosa bianca” sembra più che altro una libreria dell’ikea: si presenta infatti come una scatola piena di pezzi che dovrebbero essere assemblati non si capisce da chi, e le istruzioni, tanto per rendere tutto più semplice, sono scritte in svedese. Partiamo dal buon Savino Pezzotta, che della cosa bianca dovrebbe essere il padre morale. Lo ha fatto chiaramente capire, ripetendo ad ogni piè sospinto, a partire dal giorno del suo Family Day, che non vuole fondare un partito, e si sa che, in Italia, dire di non voler fondare un partito è il primo passo per farlo. Il povero Savino, però, si trova nella situazione di Meucci, cioè di uno che inventa il telefono, e poi arriva Bell e si fa i soldi con le compagnie telefoniche. Perché mentre lui, il Savino, si beava delle famiglie cattoliche accorse al suo family day, e credeva di diventare il faro per tante barchette disperse, le corazzate della politica scendevano in acqua. In meno di due settimane, alla cosa bianca sono interessati: Casini, che, ormai in rotta con Berlusconi, vuole ritagliarsi un suo spazio, dimostrando che, alla lunga, i delfini si stancano e vogliono diventare balenotteri pure loro; Mastella, che di balenottero ha sempre avuto la stazza, e parimenti ha, da sempre,   avuto un forte credo centrista: crede cioè che, qualsiasi sia il governo al potere, lui deve esserne al centro; e, last but not least, come è d’uopo dire ad un tipo così ben introdotto sui mercati internazionali, Lamberto Dini.


IL CAPO DEI CAPI - I quattro, stando ai sondaggi sulle intenzioni di voto, potrebbero raggiungere un 19%. Tenendo conto che gli italiani, da bravi cattolici, le intenzioni le seguono poi nella pratica molto raramente, attestarli su un 9-10% sarebbe cosa realistica. Ma di questi tempi di vacche magre, pur se trattandosi di vacche maggioritarie con quota proporzionale, un 9% è tale da poter ingolosire tanti, a destra e a sinistra. Servirebbe a Berlusconi, che sbraita di voler fondare un partito di centro, anzi un popolo (l’uomo, si sa, non è mai di mezze misure), ma in questi giorni deve prendere atto che il popolo, ad oggi, è ridotto a Bondi e a Capezzone: un po’ pochino per fare massa, persino in termini di massa cerebrale. Servirebbe a Walter Veltroni, che potrebbe liquidare la Sinistra Radicale e creare un bel governo di centro-centro moderato-moderato, educato-educato, e un consiglio di ministri borghese-borghese, con cui sorseggiare il tè a Palazzo Chigi senza rotture di coglioni, perché solo il povero Prodi con la sua determinazione emiliana riesce a sorbirsi il tè mentre gli martellano gli zebedei. Però, per la nuova Balena, pardon, per la nuova gioiosa aggregazione politica dell’Italia futura, ci vuole un leader. Casini è troppo caruccio, e gli Italiani, si sa, son rancorosi; gnene dai uno bello, e non te lo votano. Dini è troppo brutto, e per di più saccente, e gli italiani, si sa, gnene dai uno colto, e non te lo votano; Mastella…Mastella non te lo votano, tranne che a Ceppaloni e Pezzotta, sì, insomma, Pezzotta, dai, stiamo parlando sul serio, no? Quindi, ecco il nome che mette tutti d’accordo: luca Cordero di Montezemolo. Che è ricco come Berlusconi, ma ha i capelli suoi ed è più alto; non fa venire complessi di inferiorità agli elettori perché non è clamorosamente bello, e neppure è clamorosamente intelligente; anzi, dice spesso le stesse banalità che pensano anche loro, nel salotto di casa, ma le sue vengono riprese dai giornali perché le dice nel salotto di casa Agnelli; è chiaro inoltre che non capisce un accidenti di politica, cosa che, in Italia, è oggi uno dei requisiti fondamentali per pensare di poterla fare bene. Dunque, Montezemolo e la cosa bianca sono una coppia vincente. L’unico ostacolo è che Montezemolo spergiura di non voler fare politica.

Ah, già, dimenticavo: questa è la prova sicura che di certo la farà.


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28 novembre 2007
Effe Esse Di Esse

di Gregorj 


er una volta che ne fa una giusta. Pochi commenti, e di conseguenza pochissimi elogi sono arrivati al ministro Di Pietro per la sua decisione di bloccare un miliardo di euro di trasferimenti alle Ferrovie dello Stato. Certo, la motivazione ufficiale è un po' risibile: "Voglio sapere dove vanno a finire", ha detto il responsabile delle infrastrutture, e a questo punto sorge spontanea una domanda: forse che tutti i ministri sanno come vengono impiegati i fondi da loro assegnati? Poi, se proprio ha una curiosità così insana, Di Pietro potrebbe anche andarsi a leggere un bilancio, no? Ma, al di là delle ruspanti motivazioni ad usum populi, il ministro ha ragione ad accusare la convivenza, sotto la stessa holding, della gestione della rete ferroviaria - in capo alla società Rfi - e degli scadenti servizi di Trenitalia, responsabili (societariamente, non gestionalmente) dei trasporti da terzo mondo che apprezziamo ogni volta che saliamo su un treno. E anche a dire che, se lui dà soldi per gli investimenti, non è giusto che la società li utilizzi per ripianare il bilancio.

UN PROBLEMA POLITICO? - Certo, sarebbe facile imputare lo scazzo tra Di Pietro e Mauro Moretti a una questione puramente politica, visto che l'amministratore delegato di FS è in quota Ds. Ma questo sarebbe una brutale semplificazione: è vero infatti che lo stra-annunciato arrivo di Moretti fu salutato all'epoca da una pletora di articolesse - monumentale una pubblicata su L'espresso - che lo descrivevano come Dio sceso in terra. Da quando è arrivato, poi di miracoli ne ha fatti pochini. Ha presentato un piano di riduzione del personale di 10mila lavoratori in cinque anni, e lui che è ex sindacalista è convinto che riuscirà a portarlo a termine (e la vedremo, se sarà utile). Sta ripetutamente litigando con Montezemolo e Della Valle per una nuova società che i due "imprenditori" - metto le virgolette per rispetto della parola - hanno creato per fare concorrenza alle Ferrovie (e da qui si capisce perché Stampa e Corriere siano così aggressive con le Ferrovie di Stato). Nel frattempo, però, Moretti ha calpestato una bella merda: ha indetto una gara per l'assegnazione della gestione del sistema informatico; l'ha vinta la Sirti che però non sembrava avere i requisiti necessari per farcela, e il Tar del Lazio ha dato ragione ai concorrenti bloccando l'assegnazione. In più, c'è la storiella dei 2,6 milioni di euro di compensi che il consiglio di amministrazione si è appena autoassegnato. Tanto perché Di Pietro si chiedeva dove finissero i soldi dei trasferimenti...

NO, UN PROBLEMA SOCIALE - In realtà, però, la politica non c'entra niente. C'entrano i numeri: 2 miliardi di euro di perdite nel 2006, +35% l'aumento previsto per gli Eurostar in
cinque anni e +22% per il trasporto locale. E in più, come portato in luce da un'inchiesta di Repubblica, sono in ritardo due treni su tre, ben dieci i giorni persi mediamente dai pendolari per ritardi e mancate coincidenze. Senza parlare delle condizioni da terzo mondo dei treni, visto che chi ci entra prima di sedersi controlla se ha fatto tutte le vaccinazioni, anche quelli per le malattie più rare. In tutto questo, prendersela solo con Moretti sarebbe quasi ingiusto, ma è anche vero che soluzioni non paiono proprio essercene all'orizzonte. C'è chi, delirando come Capezzone, suggeriva di vendere tutto ai privati: ma stiamo scherzando? E quale sarebbe il prezzo giusto per un'azienda da buttare? Un euro? Già vediamo lo spettacolo di Alitalia... E poi i privati non sono mica scemi: sono stati invece ben contenti di comprarsi, all'epoca, 13 grandi stazioni tra cui Termini e Milano Centrale: in quel caso, siccome i treni prima o poi alle stazioni ci devono arrivare, sono stati tutti ben contenti di assicurarsi una rendita di posizione senza troppe fregature. Tutti i privati, mica il settore pubblico a cui sono state scippate. Andreotti, ai bei tempi, diceva che al mondo esistono due tipi di pazzi: quelli che si credono Napoleone e quelli che vogliono risanare le Ferrovie italiane. Difficile dargli torto, soprattutto se i manager che di volta in volta vengono mandati al vertice sono tutti chiacchiere e distintivo.

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21 novembre 2007
Tu mi fai girar, tu mi fai girar...

di Loska 


alle Alpi alle Ande il grido si è espanso: Silvio Berlusconi ha fondato finalmente il nuovissimo, scintillante, "Partito delle Libertà" (o Partito del popolo, o popolo delle libertà, o libertà del partito, e qualsiasi possibile nome di partito possa risultare dall'unione delle parole popolo e libertà). Un "botto" così "fragoroso" (fonte: Il Giornale), da avere risalto addirittura nel mondo arabo. Insomma, mica pizza e fichi. Un partito nuovo, nuovissimo, di zecca, pronto a dar spazio a quei ggggiovani che il Cavaliere ha nutrito e cresciuto in anni e anni di paziente semina, datonsi che lui - prima che presidente operaio - è stato altresì presidente agricoltore.

UN PARTITO A FORMA DI TE! - Come esigono i trends più hot del momento, anche la formazione azzurra è un cumulo di under 40. Ma quello che la differenzia dal Pd, è che questa
strabiliante e libertaria compagine ha preso proprio tutto da papà. C'è il Fascino da sorriso a 52 denti di Mara Carfagna, ad esempio, messa a capo di Azzurro Donna, che pur potendo di primo acchito parere il nome di un giornalaccio patinato (e non dubito che prima o poi lo diventerà), è il simpatico appellativo della costola rosa del partito. C'è poi l'impronta del rampante businessman, espletata dalla Rossa Brambilla, uno dei veri cuori pulsanti di questo movimento che ha anche quel pizzico di sexytudo così cara al nostro chansonnier preferito. Addirittura, abbiamo anche il lato oscuro dei rapporti con la giustizia (comunista), rappresentati dal delfino azzurro Raffaele Fitto, oggetto di una richiesta (non concess
a, ovviamente) della Procura di Bari alla Camera dei Deputati di arresti domicilari con l'accusa di illecito affidamento dell'appalto di gestione di 11 residenze sanitarie. Un uomo così benvoluto che la ultraconservatrice Puglia lo ha velocemente rimpiazzato con Nichi Vendola, un  "comunista" e per di più "frocio". Ma la vera punta di diamante di questa squadra è quella che rappresenta il lato più spiccato di Silvio Berlusconi, la faccia di bronzo. Signori e signore, Daniele Capezzone.

RITORNO AL PASSATO - Che il Nostro fosse passato dalla parte dei Giusti, lo si diceva già da un po'. Ma era un rumor, una notizia da addetti ai lavori. Nessuna ammissione, nessuna dichiarazione: un incontro, un patto. Silvio Berlusconi, che è un padrone buono (mica come Pannella!), non ha preteso nemmeno la firma col sangue: al Nostro è bastato vendersi i compagni.net per privarsi dell'anima. Ed eccolo esaltare il nuovo nome
di Forza Italia come un bimbo col dono di Natale: "serve proprio una iniezione di spirito liberale, riformatore, alternativo, come nel 1994.[...] siamo dinanzi ad un salto di qualità e ad uno scenario fortemente mutato, e secondo me in modo assai positivo, dopo la rilevante pagina nuova aperta da Berlusconi." Toccante. Se non fosse che solo fino a qualche mese fa, il Nostro avesse opinioni tutt'altro che lusinghiere su Silvio: "Berlusconi va battuto e merita di essere battuto per la politica, per la sua politica illiberale di questi anni" tuonava aspro nell'era dei processi; "è enorme il divario tra le promesse di cinque anni fa e le cose effettivamente realizzate. Per non parlare di ciò che è accaduto sul terreno dei diritti civili, con un'autentica aggressione contro le libertà personali" denunciava atterrito al popolo pauroso; "per questo, per queste speranze tradite di riforma liberale, Berlusconi merita di andare a casa" sentenziava grave annuendo col capo. "Bollito", lo apostrofò quella volta dello scontro in Tv con Prodi. In cui, secondo il Nostro, la "reiterata gaffe del Premier sulle "categorie" (donne, giovani)" era un berlusconiano "perseverare". Ed è vero, tra l'altro. Perchè Berlusconi mente sapendo di mentire: per lui esiste una sola categoria, molto più ampia e variegata di cui anche il Nostro è ormai entrato a far parte, e cioè "I comprati".

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