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9 ottobre 2007
Paolo Mieli e la Casta (che fa schifo!)

di Gregorj 


Andrea Marcenaro, qualche giorno fa sul Foglio: "Paolo Mieli che firma tutti i giorni il manifesto dell'antipolitica ci fa venire in mente, chissà perché, Casanova che firma il manifesto contro la gnocca". Grazie a Stamparassegnata

aolo Mieli è stato chiarissimo. Il direttore del Corriere della Sera si è alzato davanti alla platea dei giovani confindustriali - ovvero, "quegli incapaci dei nostri figli", come li chiamano i vecchi - per spiegare a tutti che il suo giornale non ne può più di lorsignori. E' partito  spiegando al popolo tutto che l'unica differenza tra il '92 ed oggi è che "allora c'era il capro espiatorio, Bettino Craxi". Oggi invece, sottintende, uno a cui dare la colpa non ce n'è. E allora son colpevoli tutti, suggerisce, tanto per far capire al volgo lui da che parte sta. E' stato giustamente severo, Paolino, perché non se ne può più signora mia: "Il governo vuole tagliare i ministri, vuole ridurre i parlamentari? Sono solo chiacchiere, solo chiacchiere. Domani, deve farlo domani, se davvero lo vuole". Duro, il Mieli, ha anche ricordato che si è persa l'occasione per il Grande Inciucio: "Dopo il voto il capo dell' opposizione vi ha teso la mano e voi avete rifiutato la sua offerta. Guardate la Merkel, non è andata in giro a dire ho vinto ma ha fatto una grande coalizione. Quella era la strada". Vabbeh, si è dimenticato del fatto che Berlusconi all'epoca - e tutt'oggi, a quanto risulta - non aveva ammesso di aver perso le elezioni, come fa qualunque leader nei paesi democratici. Ma son bazzecole, no? Quisquilie, pinzillacchere. E allora? "E allora meglio andare a votare subito", conclude Paolino, e chissenefrega della legge elettorale. Intendiamoci, tutto ciò lo dice "come semplice commentatore". Non vi fate venire strane idee: lui rappresenta solo e soltanto sé stesso.

LA MAPPA -
Perché questo, signori miei, stampatevelo bene in mente: "Il Corriere continua come sempre a fare il cane da guardia della politica italiana". Firmato il direttore del Corriere della Sera. Che è edito dalla Rcs. Il cui azionariato è ripartito tra 15 azionisti. Una è la
Pirelli, che a sua volta possiede la Telecom. Ancora per poco. Perché tra poco verrà perfezionato l'acquisto a una cordata formata da Telefonica, Mediobanca, Generali, Banca Intesa e i Benetton. Sorpresa: quattro di questi (Mediobanca, Generali, Benetton e Intesa) sono azionisti anche di Rcs (rispettivamente con il 14,2%, il 4,8%, il 5,1% e il 3,7%). Azionista di Rcs è pure la Fiat (10,2%), il cui presidente guida anche la Confindustria. Un 2,1% lo possiede Capitalia, a sua volta appena acquisita da Unicredit. La Si.To financiere dei Toti ha un altro 5,1%. La Ubs, una fiduciaria, ne mantiene per conto terzi (ovvero un compratore che vuole rimanere ignoto, ma che non lo è: le azioni sono oggetto di un'opzione put/call tra Rotelli - che possiede da solo un altro 2% -  e il Banco Popolare, l'istituto di credito nato dalla fusione tra Bpi - ex Bpl - e Bpvn) il 5,9%. Poi c'è la Premafin Finanziaria della famiglia Ligresti, che possiede un 5,2%. Sempre il Banco Popolare detiene un altro 5,9%, l'imprenditore delle Tod's Diego della Valle possiede il 5,16%, e l'Epifarind del gruppo Pesenti (Italcementi) il 7,5%. Tutto chiaro fin qui? Bene, adesso le cose si complicano un pochino.

DULCIS IN FUNDO -
L'azionariato di Banca Intesa, azionista di Rcs, è composto dalla Carlo Tassara di Romain Zaleski con il 5,9%. Il Credit Agricole ha un altro 5,5%, gli Agnelli il 2,4%, le Generali azioniste anche loro di Rcs il 5%, alcune fondazioni insieme il 18-19%. E Mediobanca di chi è? Tra gli azionisti ci sono una fondazione azionista anche di Intesa con il 2,1%; Unicredit con l'8.28%, il fondo Amber con il 2%, le Generali con il 2%, Luigi Zunino con il 2,9, l'Epifarind azionista di Rcs con il 2,6%, Capitalia anche lei azionista di
Rcs con il 9,6%, Groupama con il 4,8%, la Premafin anche lei azionista di Rcs con il 4%, e il finanziere Bolloré con il 4,9%. Le Generali? Il 2% è dei Drago proprietari della De Agostini, poi c'è Mediobanca con il 15,6%, ancora Intesa con il 2,2%, la Banca d'Italia con il 4,4%. La Tassara con il 2,2, Unicredit con il 3,6%, la Premafin con il 2,4%. Toh, chi si rivedono, nevvero? Guardiamo ora la proprietà di Unicredit e Capitalia, che si sono appena "sposate" con grande gioia degli officianti, Alessandro Profumo e Cesare Geronzi, che è diventato a sua volta presidente di Mediobanca. La fondazione Cassa Risparmio Verona  sarà il primo socio con il 3,9%. Secondo grande azionista sarà Munich Re (3,7%). Subito dopo vengono le altre grandi fondazioni storiche di piazza Cordusio come Crt (3,69%) e Carimonte (3,34%) mentre la Fondazione Cassa di Risparmio di Roma avrà l'1,1%, la Manodori lo 0,9%, la Banco di Sicilia lo 0,6% e la Regione Siciliana lo 0,62%. Allianz avrà invece il 2,42%, Abn l'1,88% e Fondiaria Sai (ovvero: sempre Ligresti) lo 0,77% mentre la Lybian Arab Bank lo 0,56%. Infine Generali (bentornata!) conterà su una quota dello 0,42%. Insomma, una descrizione così rozza e sommaria - perché è basata solo su dati Consob e non tiene conto dei più complicati intrecci di potere, che vanno al di là del mero possesso azionario - si spera che riesca a rendere abbastanza l'idea. Detto questo, non si può che concordare con Paolo Mieli, il direttore del Corriere della Sera (e anche con Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella, Giovanni Sartori e via passacantando la messa laica che paiono aver imparato a memoria in via Solferino). La Casta fa davvero schifo. Quella della politica, s'intende.


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8 ottobre 2007
Antipolitica, una sfida alla sinistra

di Gregorj 


on tagliano i costi del Quirinale e le auto blu perché sono statisti che stanno rifacendo lo Stato. No. Lo fanno perché sono degli umorali spaventati dagli umoristi". Questa frase, tratta da un editoriale di Francesco Merlo comparso su Repubblica venerdì scorso, è una perfetta descrizione dello stato delle nostre istituzioni. Il "decretino" sui costi della politica varato dal governo - del quale, con grande signoria istituzionale e capacità di "fare squadra", il presidente della Camera Fausto Bertinotti rivendica la primogenitura - è ridicolo proprio per questo, non per la supposta incapacità di essere incisivo. Perché è chiaramente un contentino allungato con mano tremolante di paura a quella piazza a-politica, a-partitica, a-ncazzata, a-nfame che ha conquistato le prime pagine dei giornali a forza di facile indignazione montante e invettive pelose ma incalzanti. Di quelle che una Politica, con la p maiuscola, ignora se è forte, visto che poi passano come le mode.

I CASI DELLA VITA - Beppilbullo, intanto, più furbo di tutti, li ha già scavalcati a
destra. Pubblica una "delle tante mail" che riceve contro i rumeni. Dice che "i confini della Patria una volta erano sacri, e i politici li hanno sconsacrati", con un linguaggio da Istituto Luce. La mail, nessuno lo nota, gli è "provvidenzialmente" arrivata dopo la condanna a 6 anni e mezzo di carcere data per omicidio colposo a un rom che ha ucciso 4 ragazzi: lui non la cita, la condanna, non dice che la pena è troppo lieve. Non può farlo, visto che Grillo è stato condannato per lo stesso reato e ha preso meno anni di carcere del "maledetto zingaro". Però intanto trova il modo di soffiare sul fuoco, di occupare un altro spazio mediatico e di intercettare il consenso interessato dell'Uomo Qualunque. Anche se qualcuno non ci sta, e comincia a mangiare la foglia. E qualcun altro invece la foglia l'ha già mangiata da un pezzo dice: "Sei anche tu un gabbiano ipotetico con le piume incatramate della spessa melma dell’opportunismo e le zampe incollate al vischio religioso del solito vangelo secondo licio gelli che informa tutta la politica italiana e chiunque intenda immischiarcisi".

E INVECE... - Invece no. In questo modo si rischia di dare ragione a Grillo molto più di quanta non ne abbia, come dice Merlo stesso. Ovvero: posto che i privilegi sono odiosi, e chi ne approfitta si dimostra comunque arrogante, tagliarli per fare un favore a chi urla significa abdicare ai propri doveri e alle priorità che ci si deve dare. Che sono quelle di tagliare davvero le spese dello Stato, a partire da quel debito pubblico che ci impedisce di utilizzare le risorse per creare, come sarebbe necessario, un Welfare che faccia da cuscinetto ai lavoratori e sia il necessario contraltare della flessibilità, senza il quale la seconda continua a creare ingiustizie sociali che generano VERO malessere, e non mal di pancia. Oppure quella di fare seria politica industriale, introducendo elementi di concorrenza in tutti quei mercati protetti che vivono di rendita, e rappresentano essi stessi la vera Casta che involve questo Paese. E che blocca, con il suo seguito di nepotismo e lobbysmo collusivo, la mobilità sociale in Italia. A 360 gradi, senza paura, incidendo sul coltello proprio dove fa più male, e fare a meno, se necessario, di quell'obolo monetario o di consenso procurato - attraverso articolesse di giornali perfettamente riconoscibili ad un occhio allenato -  che costerebbe. Oppure ancora avendo il coraggio di promuovere quella cultura di tolleranza della quale la sinistra dovrebbe farsi carico, senza sentire quel prudere la pancia che li spinge a farsi alfiere del "no pasaran" contro la pericolosa Casta dei Lavavetri. Magari, fare le tre cose insieme. 'Che non dorbebbe essere nemmeno così difficile, se se ne fa un po' per volta.

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