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30 ottobre 2007
Generali under attack!

di Gregorj 


n questi giorni, un po' nascosta all'attenzione pubblica - parlo, ahimé, di quella prettamente televisiva - sta succedendo qualcosa alle Generali. Ma perché dovrebbe fregargliene qualcosa, a chi non sa quasi che sono, le Generali, a parte che una compagnia d'assicurazione? Con 180 anni di storia, il Leone di Trieste - così, ahimé, lo chiamano i giornali - è una delle compagnie più antiche d'Europa, con 1406 miliarducoli, 700 e spicci - e vi giuro che mi accontenterei degli spicci - di capitale sociale, 10 miliardi di patrimonio netto e attivo di 1200 milioni di recente. Socia, e a sua volta partecipata di Mediobanca, la compagnia rappresenta uno dei "gioielli di famiglia" del capitalismo italiano. Azionisti: Il 2% è dei Drago proprietari della De Agostini, poi c'è Mediobanca con il 15,6%, ancora Intesa con il 2,2%, la Banca d'Italia con il 4,4%. La Tassara con il 2,2%, Unicredit con il 3,6%, la Premafin con il 2,4%. Molti dei suoi azionisti li ritrovate collegati in molte delle aziende più importanti d'Italia, per valore o per prestigi. Ora, voi dovete sapere che in queste partecipazioni, da qualche anno, sono infilati anche certi "francesi", e uno dei suoi rappresentanti, Antoine Bernheim, è presidente di Generali.

MONETIZZARE - E dovete anche sapere che questi francesi, da un bel po' - ovvero da quando hanno inculato Maranghi - vorrebbero "monetizzarla", questa partecipazione in Generali. Nel senso che vorrebbero trarre, diciamo così, profitto da quel capitale immobilizzato. Monetizzare, si dice così. Certo, certo. "Ma anche essere investitori a lungo termine perché siamo i difensori dell'Italianità - vi giuro che l'ha dettooooo! ndr - e crediamo nelle potenzialità della compagnia e bla bla bla". Questo è il discorso ufficiale e nessuno lo mette in dubbio, per carità. In più, ci sarebbero certi fondi, tra cui Algebris, che hanno meno dell'1% di capitale. E che fanno le pulci? Strillano. Questi hanno cominciato a dire che la compagnia fa meno utili di quelli che dovrebbe, che il management piglia troppo rispetto ai "pari grado" europei, che bisogna cacciare un amministratore delegato perché sono troppi, che bisogna risolvere i conflitti di interesse con Mediobanca. Già, perché Mediobanca è primo azionista di Generali. Ma non la controlla, caro signor Antitrust, certo: non c'è bisogno che si scaldi, stavo per aggiungerlo. Sì, sì. No, non le sto dicendo sì come ai pazzi. Posso andare avanti, presidente Catricalà? Grazie.

PARLIAMO DI CALCIO? - Dicevo: vi siete spaventati per la lettera? No, tranquilli: i fondi mandano sempre quel tipo di missiva, quando vogliono attaccare qualcuno. Erano gli stessi argomenti usati da TCI per Abn qualche tempo fa, e da Amber e soci per Banca Popolare di Milano. Ho idea che questi stronzetti di manager, per lavorare di meno, si passino le copie carbone e cambino soltanto i nomi. Tanto loro vogliono solo far sentire che ci sono. Perché non appena aprono bocca, il titolo di Generali si impenna. Il giorno dopo, è tutto un gridare Al Lupo! sui giornali italiani: "Generali sotto attacco!", "Generali dietro la collina? (copyright De Gregori)", e altre amenità. Ora dovremmo chiudere qui, no? Nel senso che si capisce benissimo che questo è un attacco finto. Chi mai sarebbe così stronzo da provocare la crescita del titolo della società che sta potenzialmente scalando? Siamo seri, parliamo di calcio.

SOLO LE BRICIOLE - E invece no. Ieri Bernheim, dopo qualche dichiarazione preoccupata, è arrivato a Roma per parlare con la Banca d'Italia. In che veste? In quella di azionista, ma anche di suo Regolatore (insieme alla Consob e all'Antitrust)? No, non sarebbe bello dirlo. Fatto sta che Bernheim è andato pure da Padoa-Schioppa. Al quale, quando le Generali sono entrate nella partita Telecom, aveva rammentato che sperava che il governo stesse dalla loro parte in caso di attacco alle Generali stesse. La visita sembra aver l'aria di significare proprio questo. Se non fosse che il ragionamento fatto da noi per Algebris, vi pare che non l'ha fatto Bernheim? Il quale è infinitamente più furbo di noi. E allora. Che ci va a fare Bernheim da Tps? Vi credete che anche Tps queste cose non le sappia? No, perché, vedete, si vocifera che ci siano un sacco di assicurazioni francesi - Axa - ma anche di altri paesi, interessati alle Generali. A entrare come socio forte. No, non comprare tutto. In amicizia. Come al solito. Allora, che si fa? Ci si muove, ci si parla, si comincia a discutere? No, perché queste cose per oggi le possiamo fare in amicizia. Al limite, coinvolgere anche qualcuno degli alleati di Berlusconi che si sta preparando a crescere in Mediobanca con l'aiuto di Geronzi. Pure lui, certo. Perché, capite, signori, sennò arriva l'orco Algebris e ci porta via. Ma fatemi il piacere. Bella battuta. Vuoi vedere che toccherà ad un anonimo fondo guidato da un amichetto di Matteo Arpe, il destino di diventare il motore immobile dell'ultimo grande smottamento del capitalismo italiano? Sì, l'ultimo. Perché quando si concluderà questo, saranno rimaste soltanto le briciole.

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9 ottobre 2007
Paolo Mieli e la Casta (che fa schifo!)

di Gregorj 


Andrea Marcenaro, qualche giorno fa sul Foglio: "Paolo Mieli che firma tutti i giorni il manifesto dell'antipolitica ci fa venire in mente, chissà perché, Casanova che firma il manifesto contro la gnocca". Grazie a Stamparassegnata

aolo Mieli è stato chiarissimo. Il direttore del Corriere della Sera si è alzato davanti alla platea dei giovani confindustriali - ovvero, "quegli incapaci dei nostri figli", come li chiamano i vecchi - per spiegare a tutti che il suo giornale non ne può più di lorsignori. E' partito  spiegando al popolo tutto che l'unica differenza tra il '92 ed oggi è che "allora c'era il capro espiatorio, Bettino Craxi". Oggi invece, sottintende, uno a cui dare la colpa non ce n'è. E allora son colpevoli tutti, suggerisce, tanto per far capire al volgo lui da che parte sta. E' stato giustamente severo, Paolino, perché non se ne può più signora mia: "Il governo vuole tagliare i ministri, vuole ridurre i parlamentari? Sono solo chiacchiere, solo chiacchiere. Domani, deve farlo domani, se davvero lo vuole". Duro, il Mieli, ha anche ricordato che si è persa l'occasione per il Grande Inciucio: "Dopo il voto il capo dell' opposizione vi ha teso la mano e voi avete rifiutato la sua offerta. Guardate la Merkel, non è andata in giro a dire ho vinto ma ha fatto una grande coalizione. Quella era la strada". Vabbeh, si è dimenticato del fatto che Berlusconi all'epoca - e tutt'oggi, a quanto risulta - non aveva ammesso di aver perso le elezioni, come fa qualunque leader nei paesi democratici. Ma son bazzecole, no? Quisquilie, pinzillacchere. E allora? "E allora meglio andare a votare subito", conclude Paolino, e chissenefrega della legge elettorale. Intendiamoci, tutto ciò lo dice "come semplice commentatore". Non vi fate venire strane idee: lui rappresenta solo e soltanto sé stesso.

LA MAPPA -
Perché questo, signori miei, stampatevelo bene in mente: "Il Corriere continua come sempre a fare il cane da guardia della politica italiana". Firmato il direttore del Corriere della Sera. Che è edito dalla Rcs. Il cui azionariato è ripartito tra 15 azionisti. Una è la
Pirelli, che a sua volta possiede la Telecom. Ancora per poco. Perché tra poco verrà perfezionato l'acquisto a una cordata formata da Telefonica, Mediobanca, Generali, Banca Intesa e i Benetton. Sorpresa: quattro di questi (Mediobanca, Generali, Benetton e Intesa) sono azionisti anche di Rcs (rispettivamente con il 14,2%, il 4,8%, il 5,1% e il 3,7%). Azionista di Rcs è pure la Fiat (10,2%), il cui presidente guida anche la Confindustria. Un 2,1% lo possiede Capitalia, a sua volta appena acquisita da Unicredit. La Si.To financiere dei Toti ha un altro 5,1%. La Ubs, una fiduciaria, ne mantiene per conto terzi (ovvero un compratore che vuole rimanere ignoto, ma che non lo è: le azioni sono oggetto di un'opzione put/call tra Rotelli - che possiede da solo un altro 2% -  e il Banco Popolare, l'istituto di credito nato dalla fusione tra Bpi - ex Bpl - e Bpvn) il 5,9%. Poi c'è la Premafin Finanziaria della famiglia Ligresti, che possiede un 5,2%. Sempre il Banco Popolare detiene un altro 5,9%, l'imprenditore delle Tod's Diego della Valle possiede il 5,16%, e l'Epifarind del gruppo Pesenti (Italcementi) il 7,5%. Tutto chiaro fin qui? Bene, adesso le cose si complicano un pochino.

DULCIS IN FUNDO -
L'azionariato di Banca Intesa, azionista di Rcs, è composto dalla Carlo Tassara di Romain Zaleski con il 5,9%. Il Credit Agricole ha un altro 5,5%, gli Agnelli il 2,4%, le Generali azioniste anche loro di Rcs il 5%, alcune fondazioni insieme il 18-19%. E Mediobanca di chi è? Tra gli azionisti ci sono una fondazione azionista anche di Intesa con il 2,1%; Unicredit con l'8.28%, il fondo Amber con il 2%, le Generali con il 2%, Luigi Zunino con il 2,9, l'Epifarind azionista di Rcs con il 2,6%, Capitalia anche lei azionista di
Rcs con il 9,6%, Groupama con il 4,8%, la Premafin anche lei azionista di Rcs con il 4%, e il finanziere Bolloré con il 4,9%. Le Generali? Il 2% è dei Drago proprietari della De Agostini, poi c'è Mediobanca con il 15,6%, ancora Intesa con il 2,2%, la Banca d'Italia con il 4,4%. La Tassara con il 2,2, Unicredit con il 3,6%, la Premafin con il 2,4%. Toh, chi si rivedono, nevvero? Guardiamo ora la proprietà di Unicredit e Capitalia, che si sono appena "sposate" con grande gioia degli officianti, Alessandro Profumo e Cesare Geronzi, che è diventato a sua volta presidente di Mediobanca. La fondazione Cassa Risparmio Verona  sarà il primo socio con il 3,9%. Secondo grande azionista sarà Munich Re (3,7%). Subito dopo vengono le altre grandi fondazioni storiche di piazza Cordusio come Crt (3,69%) e Carimonte (3,34%) mentre la Fondazione Cassa di Risparmio di Roma avrà l'1,1%, la Manodori lo 0,9%, la Banco di Sicilia lo 0,6% e la Regione Siciliana lo 0,62%. Allianz avrà invece il 2,42%, Abn l'1,88% e Fondiaria Sai (ovvero: sempre Ligresti) lo 0,77% mentre la Lybian Arab Bank lo 0,56%. Infine Generali (bentornata!) conterà su una quota dello 0,42%. Insomma, una descrizione così rozza e sommaria - perché è basata solo su dati Consob e non tiene conto dei più complicati intrecci di potere, che vanno al di là del mero possesso azionario - si spera che riesca a rendere abbastanza l'idea. Detto questo, non si può che concordare con Paolo Mieli, il direttore del Corriere della Sera (e anche con Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella, Giovanni Sartori e via passacantando la messa laica che paiono aver imparato a memoria in via Solferino). La Casta fa davvero schifo. Quella della politica, s'intende.


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