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20 novembre 2007
Appuntamento col sentimento

di Ricchiuti 


unerali di Enzo Biagi, quelli veri. Pronti, via. Gigantesca festa paesana. Officia, e bastona, l’immancabile, come rifiutar, Don Tonini. Non si capisce più a che titolo, tra pretoni e festoni curiali, l’ei fu Biagi si proclamasse ancora ateo. Le figlie di Biagi, la figlia Bice, son addirittura più vecchie e tinte di zio prete. I convitati illustri in carne ed ossa, Romano Prodi che ripete state zitti per carità, Saviano rumoroso con la scorta, Cofferati, Gentiloni, WWW.eltroni, Paolo Mieli, De Bortoli, Travaglio, Guglielmi, Gabanelli quella, la fighetta, di Report, al Bella Ciao si pavoneggiano (e ringraziano) in due- lei e Travaglio, le troupes de Il Fatto e d’Anno Zero, Ruotolo non pervenuto, non l’avran fatto entrare in chiesa prendendolo per cane.

Il convitato di pietra invece è l’editto bulgaro. C’è stato, c’è stato, non zittisca, non faccia shh Romano Prodi. “Certo che c’è stato”. Di più. E’ l’arma del delitto. “L’hanno ucciso. Dava fastidio, un ostracismo nei suoi confronti”. Ed è stato a questo punto che tra un chiacchiericcio in compunzione, una bella e libera scomunica da vecchi ormai intoccabili e un guardarsi le scarpe di Don Prodi, s’è sentito piangere di gioia un uomo con la scorta.



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9 ottobre 2007
Paolo Mieli e la Casta (che fa schifo!)

di Gregorj 


Andrea Marcenaro, qualche giorno fa sul Foglio: "Paolo Mieli che firma tutti i giorni il manifesto dell'antipolitica ci fa venire in mente, chissà perché, Casanova che firma il manifesto contro la gnocca". Grazie a Stamparassegnata

aolo Mieli è stato chiarissimo. Il direttore del Corriere della Sera si è alzato davanti alla platea dei giovani confindustriali - ovvero, "quegli incapaci dei nostri figli", come li chiamano i vecchi - per spiegare a tutti che il suo giornale non ne può più di lorsignori. E' partito  spiegando al popolo tutto che l'unica differenza tra il '92 ed oggi è che "allora c'era il capro espiatorio, Bettino Craxi". Oggi invece, sottintende, uno a cui dare la colpa non ce n'è. E allora son colpevoli tutti, suggerisce, tanto per far capire al volgo lui da che parte sta. E' stato giustamente severo, Paolino, perché non se ne può più signora mia: "Il governo vuole tagliare i ministri, vuole ridurre i parlamentari? Sono solo chiacchiere, solo chiacchiere. Domani, deve farlo domani, se davvero lo vuole". Duro, il Mieli, ha anche ricordato che si è persa l'occasione per il Grande Inciucio: "Dopo il voto il capo dell' opposizione vi ha teso la mano e voi avete rifiutato la sua offerta. Guardate la Merkel, non è andata in giro a dire ho vinto ma ha fatto una grande coalizione. Quella era la strada". Vabbeh, si è dimenticato del fatto che Berlusconi all'epoca - e tutt'oggi, a quanto risulta - non aveva ammesso di aver perso le elezioni, come fa qualunque leader nei paesi democratici. Ma son bazzecole, no? Quisquilie, pinzillacchere. E allora? "E allora meglio andare a votare subito", conclude Paolino, e chissenefrega della legge elettorale. Intendiamoci, tutto ciò lo dice "come semplice commentatore". Non vi fate venire strane idee: lui rappresenta solo e soltanto sé stesso.

LA MAPPA -
Perché questo, signori miei, stampatevelo bene in mente: "Il Corriere continua come sempre a fare il cane da guardia della politica italiana". Firmato il direttore del Corriere della Sera. Che è edito dalla Rcs. Il cui azionariato è ripartito tra 15 azionisti. Una è la
Pirelli, che a sua volta possiede la Telecom. Ancora per poco. Perché tra poco verrà perfezionato l'acquisto a una cordata formata da Telefonica, Mediobanca, Generali, Banca Intesa e i Benetton. Sorpresa: quattro di questi (Mediobanca, Generali, Benetton e Intesa) sono azionisti anche di Rcs (rispettivamente con il 14,2%, il 4,8%, il 5,1% e il 3,7%). Azionista di Rcs è pure la Fiat (10,2%), il cui presidente guida anche la Confindustria. Un 2,1% lo possiede Capitalia, a sua volta appena acquisita da Unicredit. La Si.To financiere dei Toti ha un altro 5,1%. La Ubs, una fiduciaria, ne mantiene per conto terzi (ovvero un compratore che vuole rimanere ignoto, ma che non lo è: le azioni sono oggetto di un'opzione put/call tra Rotelli - che possiede da solo un altro 2% -  e il Banco Popolare, l'istituto di credito nato dalla fusione tra Bpi - ex Bpl - e Bpvn) il 5,9%. Poi c'è la Premafin Finanziaria della famiglia Ligresti, che possiede un 5,2%. Sempre il Banco Popolare detiene un altro 5,9%, l'imprenditore delle Tod's Diego della Valle possiede il 5,16%, e l'Epifarind del gruppo Pesenti (Italcementi) il 7,5%. Tutto chiaro fin qui? Bene, adesso le cose si complicano un pochino.

DULCIS IN FUNDO -
L'azionariato di Banca Intesa, azionista di Rcs, è composto dalla Carlo Tassara di Romain Zaleski con il 5,9%. Il Credit Agricole ha un altro 5,5%, gli Agnelli il 2,4%, le Generali azioniste anche loro di Rcs il 5%, alcune fondazioni insieme il 18-19%. E Mediobanca di chi è? Tra gli azionisti ci sono una fondazione azionista anche di Intesa con il 2,1%; Unicredit con l'8.28%, il fondo Amber con il 2%, le Generali con il 2%, Luigi Zunino con il 2,9, l'Epifarind azionista di Rcs con il 2,6%, Capitalia anche lei azionista di
Rcs con il 9,6%, Groupama con il 4,8%, la Premafin anche lei azionista di Rcs con il 4%, e il finanziere Bolloré con il 4,9%. Le Generali? Il 2% è dei Drago proprietari della De Agostini, poi c'è Mediobanca con il 15,6%, ancora Intesa con il 2,2%, la Banca d'Italia con il 4,4%. La Tassara con il 2,2, Unicredit con il 3,6%, la Premafin con il 2,4%. Toh, chi si rivedono, nevvero? Guardiamo ora la proprietà di Unicredit e Capitalia, che si sono appena "sposate" con grande gioia degli officianti, Alessandro Profumo e Cesare Geronzi, che è diventato a sua volta presidente di Mediobanca. La fondazione Cassa Risparmio Verona  sarà il primo socio con il 3,9%. Secondo grande azionista sarà Munich Re (3,7%). Subito dopo vengono le altre grandi fondazioni storiche di piazza Cordusio come Crt (3,69%) e Carimonte (3,34%) mentre la Fondazione Cassa di Risparmio di Roma avrà l'1,1%, la Manodori lo 0,9%, la Banco di Sicilia lo 0,6% e la Regione Siciliana lo 0,62%. Allianz avrà invece il 2,42%, Abn l'1,88% e Fondiaria Sai (ovvero: sempre Ligresti) lo 0,77% mentre la Lybian Arab Bank lo 0,56%. Infine Generali (bentornata!) conterà su una quota dello 0,42%. Insomma, una descrizione così rozza e sommaria - perché è basata solo su dati Consob e non tiene conto dei più complicati intrecci di potere, che vanno al di là del mero possesso azionario - si spera che riesca a rendere abbastanza l'idea. Detto questo, non si può che concordare con Paolo Mieli, il direttore del Corriere della Sera (e anche con Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella, Giovanni Sartori e via passacantando la messa laica che paiono aver imparato a memoria in via Solferino). La Casta fa davvero schifo. Quella della politica, s'intende.


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6 agosto 2007
La casta

di AG 




eguendo anche noi l'esempio del fortunato libro di Stella e di Rizzo, che se la prende impietosamente con gli appartenenti politici della seconda definizione di cui sopra, ci occupiamo invece di alcuni di quelli che lo hanno applaudito pur appartenendo alla prima di definizione, cioè l'essere figli, padri o parenti assortiti ma tutti in ossequio al primo articolo non scritto della Costituzione reale: “l'Italia è una Repubblica fondata sulla famigghia”. Iniziamo quindi con i nostri vertici confindustriali, che bastonano la “casta” politica un giorno sì e l'altro pure con il presidente Luca Cordero. Eh si signori, il cognome di costui è Cordero, non Montezemolo come lo chiamano tutti. Montezemolo è infatti un ridente paesino di 300 abitanti in  provincia di Cuneo di cui i Cordero sono marchesi fin dal 1718 con Adriano Cordero. Fra i più recenti parenti di una certa importanza del nostro vi sono anche un cugino cardinale, Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, figlio del colonnello dell'esercito Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo che inviato dal re ad organizzare la resistenza a Roma fu subito scoperto dai tedeschi e ucciso nel 1944 alle Fosse Ardeatine. Fra gli avi si ricorda un Massimo Cordero di Montezemolo che fu deputato e senatore del regno prima di Sardegna poi di Italia dal 1848 al 1876, quasi trent'anni, persino più di Mastella. Ma anche il suo vice è già sulla strada dinastica: Matteo Colaninno, eletto presidente dei Giovani (o gggiovani) Industriali e Vicepresidente di Confindustria, è figlio del più noto Roberto Colaninno, uno dei  dalemiani “capitani coraggiosi” che fecero l'Opa su Telecom per poi venderla a Tronchetti. Fra una opa e l'altra il paparino si è beccato pure una condanna per bancarotta semplice e preferenziale ma questa, come dice sempre Carlo Lucarelli (anche lui figlio del noto medico Guido Lucarelli, coinvolto in una serie di omicidi nel suo reparto), è un'altra storia.

QUARTO POTERE - Passiamo adesso al mondo del giornalismo, che ogni giorno produce editoriali su editoriali su come la nostra politica deve cambiare, quando e perchè. Speriamo però che non cambi prendendo esempio da Vittorio Feltri il cui figlio, Mattia Feltri, adesso lavora alla Stampa dopo avere iniziato la sua carriera a BergamoOggi per poi lavorare all'Indipendente (diretto dal padre), al Foglio (diretto da Ferrara) e a Libero (diretto dal padre). Probabilmente Feltri Junior voleva seguire il luminoso esempio del compagno Giuliano Ferrara che è figlio di Maurizio Ferrara, giornalista e politico, che fu per anni segretario particolare di Togliatti, direttore dell'Unità dal 1966 al 1970, presidente della regione Lazio dal 1976 al 1977 e senatore del PCI dal 1979 al 1992. Speculare la situazione dell'altro maitre à penser della nostra carta stampata. Infatti anche Paolo Mieli è un illustre figlio, per l'esattezza di Renato Mieli, giornalista antifascista e ebreo, che fondò l'Ansa nel 1946 e diresse l'Unità dal 1946 al 1948. Uscì dal PCI dopo la rivoluzione di Ungheria del 1956 lavorando in seguito al Giornale e al Corriere della Sera. Proprio vero che da ragazzi si contestano i padri e poi si finisce come loro, nevvero? Chi invece non contesta di sicuro il padre è Federico Vespa, figlio del Bruno portaportese, il quale lo sta cercando di spingere e aiutare in tutti i modi. Esilarante il racconto di un giornalista de La Stampa, Fabrizio Vespa, invitato a Roma a spese delle Rai come ospite di una trasmissione perchè scambiato con il vero figlio di Vespa.

DULCIS IN FUNDO - Chiudiamo in bellezza col fustigatore degli statali, il terrore degli uscieri
dei ministeri: Pietro Ichino. Ichino non ha un figlio in “carriera”, ma bensì un fratello più giovane di una decina di anni, Andrea Ichino, economista e professore universitario che ha iniziato prima alla Bocconi per poi approdare all'Università di Bologna come professore straordinario. Quando Andrea era giovane e con meno “titoli” il fratello più “importante” lo ha volentieri “invitato” come collaboratore per la stesura di alcune pubblicazioni sul mercato del lavoro. Ora Andrea vola da solo, fa “coppia” assieme all'altro economista Alberto Alesina e tutti e due collaborano alla voce.info dove hanno espresso, con dovizia di argomenti scientifici, la brillante proposta di tassare meno le donne. Già si possono prevedere “viaggi della speranza” di imprenditori del nordest verso Casablanca.

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