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22 novembre 2007
A reti unificate

di Gregorj 


he sia il Corriere della Sera a esecrare, con un bel corsivetto breve e tagliente a pagina 2 dell'edizione di oggi, la pubblicazione delle conversazioni telefoniche tra Rossella, Mimun, Bergamini e Del Noce che parlavano di come trattare la sconfitta della Cdl alle elezioni del 2005, è quasi normale. Non dimentichiamoci, infatti, che lo scoop è di Repubblica, giornale concorrente e con il quale, evidentemente, deve essere temporaneamente sospesa la linea della collaborazione - che prevedeva continue telefonate tra i vicedirettori per confrontare le prime pagine - ripresa all'epoca dello scandalo dei furbetti del quartierino e di Antonio Fazio. Ma non dimentichiamoci neppure che fu proprio il Corrierone che all'epoca pubblicò invece la notizia dell'avviso di garanzia ancora da recapitare a Berlusconi quando Silvio era alle prese da premier con un vertice internazionale di capi di Stato e di governo. Cambiare idea non è un reato, anche quando questo avviene per spuria convenienza. Ma che si unisca all'indignazione anche Giorgio Napolitano, capo dello Stato, proprio no: "Le intercettazioni sarebbe bene che restassero dove devono restare, in linea di principio, almeno fino a che c'è il segreto istruttorio" dice il Presidente 'che non conta niente', come diceva Stefano Benni. Perché almeno lui, in qualità di capo del Consiglio Superiore della Magistratura e quindi rispettoso delle leggi, dovrebbe ricordarsi che su quelle intercettazioni non c'è alcun segreto istruttorio: l'inchiesta in questione - quella sul fallimento  della Hdc, di proprietà dell'allora sondaggista del Cavaliere, Luigi Crespi  è infatti chiusa da mesi.  

A BUTTARLA IN CACIARA... - E, come ha giustamente fatto notare Dario Cresto-Dina a un Confalonieri che, nell'intervista pubblicata oggi da Repubblica, stava per attaccare con la stessa litania, quei verbali "riguardano un'inchiesta chiusa, sono pubblici e a disposizione delle parti". Aggiungendo poi altrettanto giustamente che "qui siamo di fronte a un "inciucio" tra una azienda privata, Mediaset, e una pubblica, la Rai, che invece di farsi concorrenza avevano messo in piedi un "cartello" per favorire sul piano politico il leader della Casa delle libertà nonché il padrone di una delle due televisioni". Insomma, che non si cerchi per l'ennesima volta di confondere le acque disquisendo sulla castità degli angeli e del metodo, visto che è altro quello che conta. E questo è sotto gli occhi di tutti, anche se c'è chi, come il chiarissimo e bipanzizan presidente della Rai Claudio Petruccioli grida che ormai siamo al capolinea. Finora, a quanto ne sappiamo tutti, l'unico arrivato all'ultima fermata è lui, sfiduciato politicamente e quindi, in teoria, pronto a dimettersi. O no? Altro è il discorso che riguarda l'opportunità: perché queste intercettazioni escono proprio adesso? Domanda legittima, così come la risposta maliziosa. E' chiaro che in questa situazione politica, con Berlusconi che strizza l'occhio a Veltroni, queste carte fanno orrore come il cacio sui maccheroni a chi vuole invece che un accordo tra i due non ci sia mai. Ma... e allora? Forse che tutto ciò ci dovrebbe impedire anche di parlare del merito della questione? Ovvero che il duopolio collusivo RaiSet - la definizione è di Salvatore Bragantini - ha, per un certo periodo, cercato di influenzare l'informazione televisiva non solo quando si trattava di nomine - 'che questo è persino normale, al giorno d'oggi in Italia - ma anche quando si sarebbe dovuto parlare di FATTI incontrovertibili - i risultati delle elezioni - ma sgraditi all'allora azionista di maggioranza. Quelli erano fatti, quelli di oggi lo sono altrettanto. Cercare di propiziarne in qualche modo la scomparsa non giova alla credibilità della politica. Né di quella fatta dai vecchi partiti, né di quella appannaggio delle nuove realtà politiche. Che saranno tanto più credibili quanto più riusciranno a non farsi prendere anch'esse dal mainstream, il quale per interessi puramente politici vorrebbe tanto "buttare qualcosa in caciara" per l'ennesima volta.

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26 giugno 2007
C'ERA UNA VOLTA L'ANIMA DEL COMMERCIO

di Loska 


Tempi brutti per la televisione: da principale polo d'attrazione degli investimenti pubblicitari italiani, il media nazionale ha subito nell'ultimo anno un brusco rallentamento. Secondo una ricerca Assocomunicazione, infatti, per la prima volta negli ultimi vent’anni, la tv assorbirà meno del 50% degli investimenti pubblicitari destinati ai grandi mezzi di comunicazione. Un dato che impressiona anche di più se confrontato con quelli dell'Età dell'oro, quando il solo tubo catodico riusciva ad occupare anche più del 60% del mercato. Il pricipale protagonista negativo di questo trend, sempre secondo la ricerca, è Mediaset per il quale il 2007 è stimato come "anno a crescita zero", dal punto di vista pubblicitario, se non addirittura negativo - visto che il risultato di pari è stato raggiunto grazie a "90 milioni fatturati dal Biscione nel 2006 attraverso contratti con alcuni centri media ma contabilizzati per l’anno in corso". "Senza quei milioni l’andamento sarebbe negativo di un 6% circa". E il fatto che invece sia Rai che La7 siano cresciute, la prima di un misero 0,4% la seconda addirittura del 7,6%, lascia pensare che il problema - che un po', è vero, riguarda comunque tutto il mercato televisivo - si acuisca però per la famosa azienda milanese, vittima anche della spietata concorrenza Sky sul versante delle Tv via satellite (che invece, è un comparto in crescita per quanto concerne l'attenzione delle concessionarie di pubblicità). E non c'è bisogno di sottolineare quanto un problema di questo genere sia un campanello d'allarme, per tipi d'impresa che proprio sulla pubblicità costruiscono gran parte della loro fortuna.

Una situazione delicata, quella in cui si trova il secondo colosso del duopolio italiano, che se verificata sicuramente non gioverebbe nemmeno alla situazione in borsa dell'azienda, soprettutto per il futuro e a fronte delle nuove sfide di mercato che attendono il Biscione. Sarà forse per questo motivo che Mediaset si è inventata un nuovo modo di guadagnare ulteriormente dai propri programmi. La logica è lapalissiana: se diminuiscono gli introiti, si può ovviare in due modi, aumentando il costo degli spot (fatto) oppure aumentano il numero dei messaggi promozionali. Ma questo, per legge, non si può fare, ed ecco la soluzione: inventare un nuovo modo di fare pubblicità che non contravvenga alla legislazione attuale. Ecco come nasce quel famigerato "Inspot" che peraltro lascia comunque aperti molti dubbi proprio sulla sua conciliazione con la ferrea (si fa per dire) disciplina antitrust nazionale. Una mossa che oggi aiuta le casse che piangono, ma domani potrebbe essere controproducente in virtù in primis delle eventuali sanzioni che dovessero provenire da un'azione dell'agcom, in secundis dal fatto che è atta ad aumentare la concentrazione di investimenti in ogni caso, la qual cosa va contro tutti i principi comunitari in materia di regolamentazione televisiva.

A volerci vedere un fato giusto (o avverso, a seconda del punto di vista), pare proprio che alla fine il mercato si sia regolato da solo, appianando la situazione sbilanciata della televisivione nel modo più radicale che c'è: diminuendo l'importanza (che resta però comunque alta) di tutto il comparto e favorendo altri media fra i quali spicca l'ovvio balzo della Rete (che assieme ad altre ramificazioni del digitale compie un balzo del 40%). E se la soluzione è incerta ma data, non si è ancora chiusa la caccia al colpevole: l'inutile cambio ai vertici di Publitalia registrato recentemente con l'arrivo di Querci non può nascondere la verità, ovvero che certa Tv Made in Italy (e non solo) di cui in questi anni Mediaset si è accreditata come portabandiera, fatta di reality ed esagerazioni, da "vacca da mungere" è diventata, paradossalmente, un "grande fardello".

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permalink | inviato da giornalettismo il 26/6/2007 alle 8:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (14) | Versione per la stampa

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