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28 novembre 2007
Effe Esse Di Esse

di Gregorj 


er una volta che ne fa una giusta. Pochi commenti, e di conseguenza pochissimi elogi sono arrivati al ministro Di Pietro per la sua decisione di bloccare un miliardo di euro di trasferimenti alle Ferrovie dello Stato. Certo, la motivazione ufficiale è un po' risibile: "Voglio sapere dove vanno a finire", ha detto il responsabile delle infrastrutture, e a questo punto sorge spontanea una domanda: forse che tutti i ministri sanno come vengono impiegati i fondi da loro assegnati? Poi, se proprio ha una curiosità così insana, Di Pietro potrebbe anche andarsi a leggere un bilancio, no? Ma, al di là delle ruspanti motivazioni ad usum populi, il ministro ha ragione ad accusare la convivenza, sotto la stessa holding, della gestione della rete ferroviaria - in capo alla società Rfi - e degli scadenti servizi di Trenitalia, responsabili (societariamente, non gestionalmente) dei trasporti da terzo mondo che apprezziamo ogni volta che saliamo su un treno. E anche a dire che, se lui dà soldi per gli investimenti, non è giusto che la società li utilizzi per ripianare il bilancio.

UN PROBLEMA POLITICO? - Certo, sarebbe facile imputare lo scazzo tra Di Pietro e Mauro Moretti a una questione puramente politica, visto che l'amministratore delegato di FS è in quota Ds. Ma questo sarebbe una brutale semplificazione: è vero infatti che lo stra-annunciato arrivo di Moretti fu salutato all'epoca da una pletora di articolesse - monumentale una pubblicata su L'espresso - che lo descrivevano come Dio sceso in terra. Da quando è arrivato, poi di miracoli ne ha fatti pochini. Ha presentato un piano di riduzione del personale di 10mila lavoratori in cinque anni, e lui che è ex sindacalista è convinto che riuscirà a portarlo a termine (e la vedremo, se sarà utile). Sta ripetutamente litigando con Montezemolo e Della Valle per una nuova società che i due "imprenditori" - metto le virgolette per rispetto della parola - hanno creato per fare concorrenza alle Ferrovie (e da qui si capisce perché Stampa e Corriere siano così aggressive con le Ferrovie di Stato). Nel frattempo, però, Moretti ha calpestato una bella merda: ha indetto una gara per l'assegnazione della gestione del sistema informatico; l'ha vinta la Sirti che però non sembrava avere i requisiti necessari per farcela, e il Tar del Lazio ha dato ragione ai concorrenti bloccando l'assegnazione. In più, c'è la storiella dei 2,6 milioni di euro di compensi che il consiglio di amministrazione si è appena autoassegnato. Tanto perché Di Pietro si chiedeva dove finissero i soldi dei trasferimenti...

NO, UN PROBLEMA SOCIALE - In realtà, però, la politica non c'entra niente. C'entrano i numeri: 2 miliardi di euro di perdite nel 2006, +35% l'aumento previsto per gli Eurostar in
cinque anni e +22% per il trasporto locale. E in più, come portato in luce da un'inchiesta di Repubblica, sono in ritardo due treni su tre, ben dieci i giorni persi mediamente dai pendolari per ritardi e mancate coincidenze. Senza parlare delle condizioni da terzo mondo dei treni, visto che chi ci entra prima di sedersi controlla se ha fatto tutte le vaccinazioni, anche quelli per le malattie più rare. In tutto questo, prendersela solo con Moretti sarebbe quasi ingiusto, ma è anche vero che soluzioni non paiono proprio essercene all'orizzonte. C'è chi, delirando come Capezzone, suggeriva di vendere tutto ai privati: ma stiamo scherzando? E quale sarebbe il prezzo giusto per un'azienda da buttare? Un euro? Già vediamo lo spettacolo di Alitalia... E poi i privati non sono mica scemi: sono stati invece ben contenti di comprarsi, all'epoca, 13 grandi stazioni tra cui Termini e Milano Centrale: in quel caso, siccome i treni prima o poi alle stazioni ci devono arrivare, sono stati tutti ben contenti di assicurarsi una rendita di posizione senza troppe fregature. Tutti i privati, mica il settore pubblico a cui sono state scippate. Andreotti, ai bei tempi, diceva che al mondo esistono due tipi di pazzi: quelli che si credono Napoleone e quelli che vogliono risanare le Ferrovie italiane. Difficile dargli torto, soprattutto se i manager che di volta in volta vengono mandati al vertice sono tutti chiacchiere e distintivo.

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22 novembre 2007
A reti unificate

di Gregorj 


he sia il Corriere della Sera a esecrare, con un bel corsivetto breve e tagliente a pagina 2 dell'edizione di oggi, la pubblicazione delle conversazioni telefoniche tra Rossella, Mimun, Bergamini e Del Noce che parlavano di come trattare la sconfitta della Cdl alle elezioni del 2005, è quasi normale. Non dimentichiamoci, infatti, che lo scoop è di Repubblica, giornale concorrente e con il quale, evidentemente, deve essere temporaneamente sospesa la linea della collaborazione - che prevedeva continue telefonate tra i vicedirettori per confrontare le prime pagine - ripresa all'epoca dello scandalo dei furbetti del quartierino e di Antonio Fazio. Ma non dimentichiamoci neppure che fu proprio il Corrierone che all'epoca pubblicò invece la notizia dell'avviso di garanzia ancora da recapitare a Berlusconi quando Silvio era alle prese da premier con un vertice internazionale di capi di Stato e di governo. Cambiare idea non è un reato, anche quando questo avviene per spuria convenienza. Ma che si unisca all'indignazione anche Giorgio Napolitano, capo dello Stato, proprio no: "Le intercettazioni sarebbe bene che restassero dove devono restare, in linea di principio, almeno fino a che c'è il segreto istruttorio" dice il Presidente 'che non conta niente', come diceva Stefano Benni. Perché almeno lui, in qualità di capo del Consiglio Superiore della Magistratura e quindi rispettoso delle leggi, dovrebbe ricordarsi che su quelle intercettazioni non c'è alcun segreto istruttorio: l'inchiesta in questione - quella sul fallimento  della Hdc, di proprietà dell'allora sondaggista del Cavaliere, Luigi Crespi  è infatti chiusa da mesi.  

A BUTTARLA IN CACIARA... - E, come ha giustamente fatto notare Dario Cresto-Dina a un Confalonieri che, nell'intervista pubblicata oggi da Repubblica, stava per attaccare con la stessa litania, quei verbali "riguardano un'inchiesta chiusa, sono pubblici e a disposizione delle parti". Aggiungendo poi altrettanto giustamente che "qui siamo di fronte a un "inciucio" tra una azienda privata, Mediaset, e una pubblica, la Rai, che invece di farsi concorrenza avevano messo in piedi un "cartello" per favorire sul piano politico il leader della Casa delle libertà nonché il padrone di una delle due televisioni". Insomma, che non si cerchi per l'ennesima volta di confondere le acque disquisendo sulla castità degli angeli e del metodo, visto che è altro quello che conta. E questo è sotto gli occhi di tutti, anche se c'è chi, come il chiarissimo e bipanzizan presidente della Rai Claudio Petruccioli grida che ormai siamo al capolinea. Finora, a quanto ne sappiamo tutti, l'unico arrivato all'ultima fermata è lui, sfiduciato politicamente e quindi, in teoria, pronto a dimettersi. O no? Altro è il discorso che riguarda l'opportunità: perché queste intercettazioni escono proprio adesso? Domanda legittima, così come la risposta maliziosa. E' chiaro che in questa situazione politica, con Berlusconi che strizza l'occhio a Veltroni, queste carte fanno orrore come il cacio sui maccheroni a chi vuole invece che un accordo tra i due non ci sia mai. Ma... e allora? Forse che tutto ciò ci dovrebbe impedire anche di parlare del merito della questione? Ovvero che il duopolio collusivo RaiSet - la definizione è di Salvatore Bragantini - ha, per un certo periodo, cercato di influenzare l'informazione televisiva non solo quando si trattava di nomine - 'che questo è persino normale, al giorno d'oggi in Italia - ma anche quando si sarebbe dovuto parlare di FATTI incontrovertibili - i risultati delle elezioni - ma sgraditi all'allora azionista di maggioranza. Quelli erano fatti, quelli di oggi lo sono altrettanto. Cercare di propiziarne in qualche modo la scomparsa non giova alla credibilità della politica. Né di quella fatta dai vecchi partiti, né di quella appannaggio delle nuove realtà politiche. Che saranno tanto più credibili quanto più riusciranno a non farsi prendere anch'esse dal mainstream, il quale per interessi puramente politici vorrebbe tanto "buttare qualcosa in caciara" per l'ennesima volta.

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5 novembre 2007
Veni, vidi, non dixi

di Gregorj 


eggete questo attacco: "Una Ferrari ha tamponato venerdì sera, in Svizzera, un automobile che la precedeva sull'A1 tra Rothrist e Gunzgen, nel cantone di Soletta". Non sembra un articolo di giornale, vero? Il motivo risiede nel fatto che la frase non contiene specificazioni sui personaggi coinvolti nel fatto: sembra quasi che le marche delle automobili abbiano preso vita e si siano scontrate per motivi del tutto indipendenti dalla loro volontà. Invece, si sa che il giornalismo, per essere definito tale, deve essere preciso sin dall'inizio. Per catturare l'attenzione del lettore, il quale spesso è frettoloso e ha poco tempo da dedicare al quotidiano. In questo caso, però, tanta circospezione da parte dell'autore dell'articolo sembra giustificata: basta continuare a leggere e si scopre che, coinvolto nel fattaccio, c'è Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat. Una persona importante. Tanto importante che bisogna scorrere con grande attenzione il resto del pezzo per riuscire a capire che nella circostanza Marchionne aveva torto. "Alla guida dell'auto si trovava l'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, come hanno confermato fonti della stessa casa automobilistica. La polizia cantonale non aveva voluto confermare l'identitá del conducente, pur sottolineando che è rimasto illeso." Del conducente di quale delle due auto? Di quella che ha tamponato, o di quella che ha subito l'incidente? L'articolista non lo dice chiaramente. Però se pensiamo che la colpa non sarebbe stata di Marchionne, se fosse stato lui ad aver tamponato, e che in quel caso il giornale avrebbe titolato: "Incidente a Marchionne: illeso", oppure "Marchionne all'inferno e ritorno" (questo è un titolo più da settimanale patinato in possesso di scottanti rivelazioni sul fatto: pare che la Ferrari fosse rossa), allora possiamo intuire, se siamo anche molto svegli e abbiamo mangiato pane e volpe, che sia colpa di Marchionne. Eh, sì, Corriere.it: rassegnati. Non puoi dirlo, ma ti tocca per lo meno farcelo capire.  

SUPERCLUEDO - E siccome non c'è peggior servo di chi non ha padrone, andiamo a vedere invece Repubblica.it come ha titolato: "Ferrari si schianta in Svizzera 'Marchionne alla guida, è illeso'". Qui pare davvero che la Ferrari sia sparita, sfruttando uno spazio
metatemporale, dalle officine di Maranello, e sia ricomparsa in qualche Cantone, portandosi appreso il praticamente incolpevole Marchionne, ed abbia quindi incrociato un albero. L'altro guidatore? Non merita menzione nel titolo. Primo, perché non è colpa sua. Secondo, perché non sarà nemmeno rumeno. Terzo, perché è meglio non sottilizzare: è colpa di Marchionne, quindi a questo punto è più consono lasciare perdere. Eppure, l'incidente non coinvolgeva soltanto l'amministratore delegato di una delle aziende più importanti d'Italia. Era anche un fatto che accadeva a un uomo che ha appena concesso aumenti unilaterali agli operai (ben 30 euro!), scavalcando così il sindacato - come hanno detto tutti - ma anche quella Confindustria che vede in Federmeccanica, la sua rappresentanza di categoria, un (ex?) covo di "falchi". E a un uomo che ha appena lanciato segnali forti - per essere un A.D. - sulle sue preferenze politiche, persino spiccate se questo si potesse dire. Insomma, Sergio Marchionne è uno che si candida a diventare potente - per questo a Montezemolo da un pezzo ha cominciato ad essere meno simpatico - importante e rispettato anche al di fuori della Fiat. O forse, questa timidezza deriva proprio da tutto questo. Potente di un potere, diciamolo, alternativo a quello di Berlusconi, visto che alla fine l'unico che riesce a raccontare con obiettività i fatti è proprio Il Giornale.

LA VERITA' TI FA MALE... - La cosa carina è che solo da questo ultimo pezzo si evince che la storia è finita, prima che su quelli italiani, su due giornali svizzeri locali. Che sabato mattina hanno raccontato per filo è per segno la storia accaduta si immagina (per deduzione) venerdì. Corriere Repubblica hanno però citato la fonte, nell'incidente. Una maleducazione della quale non si immagina il perché. O meglio, lo si immagina se si ipotizza che la notizia fosse stata offerta anche ai due quotidiani. E in effetti, il Corriere linka la foto della Ferrari dall'incidente, foto che il giornale - lo si evince dalla firma alla fine del titolo - ha preso dall'Ansa/Epa (il circuito delle agenzie europee. Significa che la foto è entrata nel circuito delle agenzie, cosa che accade quando il fotografo l'ha offerta a tutti e nessuno se l'è pigliata. Bisognerebbe vedere se sui giornali svizzeri la foto c'era, per poter asserire qualcosa di sensato. Mi sa che da loro, in questo caso, ci è arrivata una lezione di stile, che i nostri giornali non hanno avuto. Pur riportando alla fine, anche se un po' nascosti, tutti i particolari importanti. Anche se poi alla fine a chi legge spesso le cronache viene in mente se, per esempio, a Marchionne è stato fatto il test del palloncino. Di solito negli articoli dei giornali che raccontano delle stragi del sabato sera, questo viene riferito. Va bene, però stavolta il fatto non è accaduto in Italia, ma in Svizzera. Forse lì le regole sono diverse.

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