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21 novembre 2007
Caro uomo della pace

di Dinophis 


aro Sindaco Cacciari,

mi rallegro innanzitutto del premio Uomo della Pace 2007, di recente attribuitole. Si specifica, nel dar notizia del prestigioso riconoscimento, che è da intendersi anche come “pace con l'ambiente”. Quell'ambiente che sembra essersi rivoltato contro una decisione azzardata, la passata estate, di ospitare un festival della musica in un ambiente che è patrimonio ecologico della città, l'Heineken Jammin Festival. Grazie ad un'autorizzazione fondata su qualche perizia ardita e nonostante la chiara indicazione delle normative comunitarie di area protetta, pace fu, per mano d'una tromba d'aria assai selettiva e qualche incolpevole ferito. Quell'ambiente che ci regala quotidianamente la sua insalubrità da un paio d'anni di cantieri selvaggi, attendendo più o meno pazientemente nel traffico eterno, quasi fosse l'inferno, l'ecologica semina del tram. Ma non è di ambiente che voglio parlare, non solo, visto che l'onorevole gratifica recita chiaramente, e per esteso, Uomo della Pace e non Eroe dell'Aiuola.

La pace è quella che conoscevo trent'anni fa, quando andavo ai giardini pubblici armato solo dei miei sette anni, senza dover procurare preoccupazione alcuna a me stesso, prima di tutti, e a chi mi aspettava per cena. Il massimo pericolo, ricordo, e di lì gli avvertimenti e raccomandazioni, erano i mozziconi di sigaretta. Capisce? Come potessero saltarmi addosso come vipere. Oggi si avventura mai nei giardini pubblici, a qualunque ora? La pace era quella che pochi anni dopo mi accompagnava a passeggio la sera, nella mia città.  Nonostante fossero gli anni di piombo, anche allora i pericoli mi erano ancora estranei, erano per la gente di potere, non quella comune, i più. La raccomandazione? Tornare per mezzanotte. La pace era quella dei novanta, nonostante proverbialmente faccia paura. Coraggio o spregiudicatezza, veda lei. Ma intanto in quegli anni ho deciso di costruirmelo in periferia il mio futuro, su due piani che avrebbero impegnato un sacrificio economico  di vent'anni. D'altronde è bello, un po' di verde, la tranquillità. La parola d'ordine? Oculatezza.Oggi, Uomo della Pace, è guerra. Anzi peggio, perché la guerra almeno si è legittimati a combatterla da ambo le parti. Oggi è un pestaggio, e le tre donne che l'hanno subito il 14 novembre in città ne sono la testimonianza. 55, 65 e 80 anni, questi sono i numeri che mi fanno paura, in progressione, e non mi interessa che fossero italiani o meno, questi esempi di civiltà. Mi sfugge il motivo per cui chi si batte per la pace ha permesso la diffusione di tanta delinquenza, forse è da ricercare negli alti ideali della convivenza, dell'accoglienza, della comprensione?

Io so che rispetto a trent'anni fa ai giardini pubblici, oggi a 7, 37, o 70 anni è difficile andare. Sa perché non succede mai niente di brutto nei nostri giardinetti? Semplice, per il buon senso della gente, che capisce immediatamente che non conviene entrarci. So che mezzanotte è un'autorizzazione spregiudicata, altro che Cenerentola, quando già alle sette di sera si può assistere se non essere protagonisti di un accoltellamento per strada. E alle otto cala il coprifuoco. E so che qui in periferia non basta il verde, oggi, a dar pace. Anzi il verde si trasforma in un'ombra nemica, la sera. So che l'unica cosa che posso opporre nei miei ventennali sacrifici, a chi li concentra in pochi minuti di scarsa civiltà, è al massimo un impianto d'allarme, poca cosa e impegnativa, per chi non ci mette una sera a trovare i soldi per comprarlo. L'ho tastato con mano. Ma quello che so, anche, è che non necessariamente devo considerarmi, anche quando vorrei farne a meno, testimone di un'epoca. Perché quest'epoca non esiste in altre città, quelle in cui posso camminare giorno e sera, pur essendomi straniere. O quelle in cui stanno i miei amici, che a sentirmi parlare mi danno dell'intollerante, del razzista, dell'insensibile.

Io non lo sono, glielo garantisco. Come lei non è l'Uomo della Pace, se pace non riesce a garantire intorno a lei. Così come non è Sindaco quando ci chiama indigeni, dichiarando «Stiamo cercando di realizzare da anni un nuovo insediamento in regola, normato, ma qui a Venezia, come altrove, si incontrano grandi difficoltà per l'opposizione degli indigeni. Ma lo faremo». Si sa, indigeni sta ad indicare “originario del luogo”. Ma usato a quel modo è dispregiativo, pone quelli che dovrebbe chiamare concittadini al livello di quello che evoca il termina: poveri indiani o aborigeni che per qualche collanina di rotaia abbassa la testa, per lasciar spazio alla civiltà. Se devo fare spazio alla civiltà, accoglierla, da buon indigeno quale sono, preferisco farlo per qualche buona causa, non certo per veder confuso Robin Hood con gli Unni. E non penso che le signore violentate della loro pace fossero ostili ed armate di lancia, o arco e frecce. Al massimo faranno quel che ormai sono spesso giunti a fare gli indigeni, qui: lasciare sulla mensola in ingresso  qualche banconota, come sacrificio, nella speranza di non venir picchiati o vedersi la casa messa sottosopra.

D'altronde siamo qui come i bambini, (o moderni indigeni di fronte al totem dei grandi ideali) a desiderare chi per Natale, chi sotto la stella cadente, la pace nel mondo. Un po' vuoi che sia perché è la cultura moderna, quella che ci fa essere più comprensivi e tolleranti, anche a scapito dei nostri interessi. Una moda dell'anima, come certi biologici o equo-solidali. Un po' invece che ce li stiamo facendo, quegli interessi, desiderando che almeno un po' di quella pace tocchi anche a noi. Ma in questi anni non siamo armati più di pace, e nemmeno di violenza, perché purtroppo siamo persone per bene. Abbiamo un'identità, corporea o anagrafica che la voglia considerare, e un voto da esprimere, per chi di quell'identità si intenda preoccupare. Io, la prossima volta, sceglierò chi si assumerà la responsabilità di chiamarmi concittadino, chi si preoccupi della realtà più che degli ideali. Chi magari riesca a considerare che combattere non vada necessariamente a contrastare col concetto di pace, perché ci son medici e studiosi che ogni giorno lo fanno, e i premi li vincono lo stesso. Qualche volta anche la semplice riconoscenza di chi in loro ha confidato.

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7 novembre 2007
Sbatti il mondo in prima pagina

di Loska 


e ne accorgono solo ora. Ora che una povera ragazza ha dovuto mostrar loro col sangue quanto grave sia il problema in Italia. Meredith Kercher è morta per noi: perchè i nostri politicanti ammettessero finalmente che c'è un problema, è grave e prescinde qualsiasi ideologia. Perchè Meredith non è stata uccisa da immigrati o rom, ma da gente appartenente ad una realtà nella realtà molto più radicata e pericolosa, in Italia. Il Messaggero lo chiama "mondo Universitario" ma tutti conosciamo la realtà: giovani, tossici, senza lavoro che vivono spesso elemosinando ("se non rubando o commettendo altri atti illegali" ricorda giustamente Mario Giordano) minando la sicurezza di tutta la gente onesta che lavora e paga le tasse.

UN PROBLEMA VECCHIO -
A nulla sono valsi tutti i comitati di sicurezza cittadina sorti per contrastare il problema, i quali bene o male risolvevano parte della questione. E questo, grazie a quei politici che - forti della poltrona conquistata - si divertono a giocare alla retorica sulle nostre spalle. Perchè altrimenti non si spiegherebbe come mai questi geni dell'amministrazione possano aver "dimenticato di leggere" i dati sul fenomeno negli ultimi
anni. Secondo un sondaggio Eurispes, gli universitari in Italia sarebbero aumentati del 50%. Fra loro, immigrati irregolari che con la scusa dell'Erasmus vengono ad alimentare un mondo sommerso e inquietante. Lo stesso Giuliano Amato, in tempi non sospetti, aveva denunciato che la maggioranza dei reati in Italia era commessa da "individui tra i 20 e i 40 anni accomunati dalla caratteristica di essere iscritti all'Università" e che il dato era in netto aumento. Delitti efferati, legati all'abuso di sostanze stupefacenti, lasciati crescere e prosperare sia dal vecchio governo che da quello attuale. Se il primo aveva infatti predisposto un decreto legge che permettesse agli Universitari di poter entrare in italia soltanto con un regolare permesso di esercizio, decreto però purtroppo abortito per colpa della netta opposizione dell'Udc (notoriamente vicina agli ambienti delle universitarie), i secondi hanno addirittura aperto le porte a chiunque, sotto il ricatto della sinistra radicale. Ed ora ci siamo noi, il popolo, qui, con il cerino in mano e la vita costantemente in pericolo.

COSA FARE - Ora che i buoi sono scappati, si affrettano a chiudere il recinto: Milano ha sottoscritto con gli Universitari un patto di legalità, a Bologna, Cofferati ha fatto recintare il loro quartiere, dovendo peraltro sostenere la protesta di parte della sinistra estrema che aveva inscenato solidarietà alla comunità universitaria, sostenendo polemicamente che la colpa delle condizioni di vita inumane fossero "gli affitti troppo alti". Ma questo non conta: il rischio percepito è troppo alto perchè la politica continui a palleggiare con questo problema con la scusa degli ideali. Basta con le chiacchiere, nessuno qui è razzista. Vogliamo che i reati siano puniti, e solo questo. Ma importare delinquenza (senza nulla che faccia da contrappasso) è stupidità, non solidarietà. Per questo la soluzione al problema è una soltanto: la moratoria contro la libera circolazione universitaria. Non per discriminare diversi, non per impedire a chi ha voglia di lavorare di costruirsi un futuro in Italia, ma per impedire che a questa gente il futuro venga scippato di mano.

PS: basterà sostituire in questo testo il termine Universitari (e aggettivi derivati) con la parola "Rom" ed avrete ottenuto il tipico articolo sul tema del prodigioso "generatore di articoli pseudo razzisti in tema di immigrazione" utilizzato fa gran parte dei giornalisti italiani e di tutti quelli - ad esempio -  che lavorano per il Giornale

edit: E dopo l'editoriale medio, ecco a voi il commento del lettore medio

Utente che, malgrado il titolo recasse la scritta "SATIRA" grossa come una casa, ha pensato che il post fosse scritto con intenzione SERIA. E ovviamente non ha nemmeno letto il Ps alla fine, che forse gli avrebbe risparmiato la castroneria. Forse, eh.



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12 ottobre 2007
Appuntamento col sentimento

di Ricchiuti 


o sapete che senza bersagli non ci so stare. Senza dormire sul fiele versato, neanche, sono un elefante che scorda tutti i nomi e dimentica le facce. Epperò non gli odi, i tormentoni e le odi, di lunga data. Senza dormirci sopra, appunto me li sogno tutta la notte. “Scriviamo qualcosa su Roma-Napoli a porte chiuse ?” (oddio, mettere -di nuovo- la cosa della Bindi, burqa etc) dividiamoci i compiti, tu vola alto e io sprofondo, allo sprofondo ci penso io. Quando è uscita ? ora ? “no, non è sicuro”, a vabbè. “Ma si va verso quello, o l'entrata per soli abbonati”, ma porc, basta. Se ne scrive si. Troverò cioè un colpevole comunque. “Roma-Napoli è stata anticipata a sabato 20 ottobre alle ore 18 per motivi di ordine pubblico. La curva destinata ai tifosi del Napoli resterà chiusa. Lo ha deciso l'Osservatorio del Viminale. I biglietti nominativi saranno messi in vendita fino alle 19 del giorno precedente, e soltanto nella capitale. La Commissione si è divisa: alcuni membri sostengono che i napoletani potrebbero mischiarsi con i romanisti “. Dir, vista dal basso, tra quelli che non possono volare, questa del mettere il burqa allo stadio e non mettere le porte chiuse a Rosy Bindi, questa decisione di cazzo non può che averla suggerita al Viminale quel vecchio bersagliato di Pancalli. Ma come si fa a mischiare, a proposito di membri, quelli che usano e quelli che non usano il sapone ?

Addendum
:
Faccio notare un paio di cosette. I biglietti per il settore ospiti non ci saranno. Il settore ospiti è l'unico "protetto", allo stadio Olimpico, quello dove la presenza della polizia scoraggia le risse e i lanci di oggetti (anche se non del tutto). Ma i biglietti sono in vendita lo stesso, a Roma e provincia. Ergo, nessuno vieta a un tifoso napoletano di venire sabato, comprare il biglietto e andare allo stadio domenica. Mischiandosi con i tifosi della Roma. Nessuno vieta la stessa cosa nemmeno a due napoletani. Tre. Quattro. Cento. Trecento. Mille. Risultato? I tifosi ospiti saranno mischiati a quelli di casa. E appena qualcuno alza la voce, qualcun altro vorrà dire la sua. Lo stadio della Roma è in diffida. E tra due turni c'è il derby. Punto.

G.



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