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26 settembre 2007
Shoot!

di Marblestone 


o scalpore che ha destato in Italia il caso del ragazzo che, protestando contro Kerry, è stato bloccato con il taser dimostra, una volta di più, che noi italiani siamo molto più disposti a scandalizzarci per i guai altrui che per i nostri. Perché questa arma ad elettrodi che immobilizza con una potente scarica elettrica sarebbe un notevole progresso in Italia. Da noi le forze di polizia hanno delle micidiali armi in dotazione: dalle calibro 9 para bellum” della polizia ai mitra che vediamo ai posti di blocco in mano a ragazzini appena arruolati nei carabinieri. Lo stesso vale anche per le guardie giurate: perfino la vigilanza delle metropolitane romane sfoggia pistoloni assolutamente inutilizzabili (immaginate una sparatoria tra la folla?).

SI VIS PACEM... - E questa diffusione di armi fa sentire sempre più spesso gli effetti: oltre alle morti assurde ad opera di militari che perdono per un solo attimo il lume della ragione, ci sono quelle accidentali di chi sta
giocando con la pistola di papà o quelle, sempre più frequenti, di uomini gelosi che usano quella in dotazione verso l’oggetto del proprio odio e verso se stessi. Per non parlare delle situazioni di grande tensione, quando è difficilissimo mantenere la calma, in cui le forze dell’ordine sono lanciate nella mischia con la loro micidiale dotazione di armi. Nel caso dell’assassinio di Carlo Giuliani (finora unico morto in centinaia di manifestazioni no global in tutto il mondo) perfino la polizia israeliana criticò la durezza dell’Italia che non usava i dolorosi proiettili di gomma ma quelli letali di piombo.
Ma chi è soddisfatto di non vivere negli Stati Uniti dopo aver visto Bowling a Columbine il manifesto anti-armi di Michael Moore, dovrebbe sapere che qui da noi, per il porto d’armi sono sufficienti un po’ di file agli sportelli delle poste e una visita medica all’ASL (per verificare soprattutto i requisiti visivi, come per il rinnovo della patente). A meno di non dichiarare esplicitamente che si è pazzi o aver subito condanne definitive superiori a 3 anni (esclusi i reati colposi, quindi se per errore si è uccisa una persona si può riavere il porto d’armi!) si può passare per l’armeria.

FAR WEST - E anche di questo si vedono gli effetti in tutti quegli omicidi in cui i giornali citano pistole “regolarmente denunciate” come se queste non potessero andare in mano a persone con un improvviso raptus. O in mano a sprovveduti come quello che, in un tranquillo paese dell’avellinese, sentendo di notte dei rumori in casa ha estratto la pistola uccidendo la moglie che, per paura, si era nascosta dietro la tenda in camera da letto. A dispetto dell’allarmismo televisivo per l’invasione dei ladri immigrati, è la follia nelle questioni familiari a causare la maggior parte degli omicidi, più di mafia o camorra. Ma quello che veramente non si vuole capire è che ogni qual volta, in un rapina come in una lite, si estrae una pistola, si alza il livello dello scontro e, nella stragrande maggior parte dei casi, a farne le spese è la vittima della violenza e non il suo aggressore. Quindi più che preoccuparsi delle stragi americane gli italiani dovrebbero capire che ormai la strada più malfamata è più sicura della propria camera da letto per cui è ora di frenare gli istinti forcaioli e rendere più difficile la diffusione delle armi.

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26 settembre 2007
Scontro tra titani

di AG 


no spaccato di come è ridotto il mondo imprenditoriale italiano ci è stato offerto negli ultimi giorni dal "dialogo" a distanza fra Bernardo Caprotti, proprietario dei supermercati Esselunga, e i dirigenti della cooperative del settore distribuzione, prima fra tutti il colosso Coop Italia. Erano ormai da un paio di anni che Caprotti imputava ai vantaggi fiscali e "appoggi" politici delle Coop la causa per cui anche Esselunga sarebbe prima o poi finita al barbaro straniero, cioè a qualche società francese come Auchan a Carrefour, che già hanno colonizzato gran parte del mercato della distribuzione in Italia, o a qualche altro colosso estero tipo Wal Mart. Ovviamente il "vecchietto terribile" (Caprotti è del 1925) si guardava bene dall'imputare la stasi ai dissidi col figlio maggiore, che aveva cercato invece di innovare il modello di business dell'azienda tramite l'e-commerce, una maggiore attenzione ai brand "biologici" e maggiori investimenti in pubblicità.

PADRE PADRONE - Ehhhh, si sa, i nostri imprenditori. Si lamentano che i figli sono dei "vitelloni", poi li tengono in naftalina fra Porsche e attricette fino ai 50 anni quando poi te li ritrovi col pisello di fuori in barca. Infatti Bernardo Caprotti ha sì "donato" la proprietà della Esselunga ai suoi tre pargoli, ma si è mantenuto l'usufrutto sul 51%, cioè sulla maggioranza delle azioni che serve per comandare. Ecco quindi che nel 2004 si riprende tutti i poteri, esautora il figlio dalla carica di amministratore delegato, licenzia tutti i dirigenti che facevano capo a lui con la scusa che "complottavano contro la famiglia", e riporta la linea aziendale alla tradizione di prezzi bassi e qualità media, cioè nel mercato dove i campioni sono ancora quegli sporchi comunisti di Coop Italia.

I MANAGER CON FALCE E CARRELLO - Coop Italia, abbreviazione di Cooperativa di Consumatori, è una cooperativa che nasce nel 1967 aggregando 167 diverse piccole cooperative di acquisto e consumo sparse localmente su tutto il territorio nazionale. Da strumento per acquisti collettivi a prezzi ridotti
per le famiglie dei proletari, la cooperativa si è ben presto trasformata in uno schiacciasassi economico, diventando il vero "rubinetto dei soldi" del mondo cooperativo di sinistra. Il gioco è semplice, la Coop, incassa in contanti e paga i fornitori dopo 3 mesi, forte del fatto che qualsiasi marchio desidera essere presente sugli scaffali dei suoi supermercati per i volumi di vendite che vengono assicurati. Il problema, comune ad altre cooperative di grosse dimensioni, è che i manager della Coop hanno oramai perso il rapporto "diretto" con la base sociale ma sono diventati più simili ai manager della grandi public company americane. E il potere economico che gestiscono li hanno fatti diventare più che gli esecutori della volontà politica dei partiti di sinistra di riferimento delle cooperative, i veri "padroni" di quei partiti, come il caso Consorte-Unipol ha messo in luce.

VENDO, ANZI NO SCHERZAVO -
Cosa è successo in questi giorni quindi a rinfocolare la polemica fra Caprotti e la Coop? Che il buon Bernardo doveva annunciare quello che da

anni si aspettano tutti, cioè la vendita del suo gruppo a qualche gruppo straniero. E invece cosa fa? Pubblica un bel pamphlet di protesta, manco fosse un anarchico dell'800, contro la Coop: "Falce e Carrello". Nell'agile libretto edito da Marsilio accusa i suoi concorrenti di tutte le possibili nefandezze di distorsione del mercato a danno di Esselunga. Ma ai giornalisti che gli chiedono notizie riguardanti la vendita del suo gruppo risponde "l'azienda va bene, non c'è nessuna fretta", smentendo quindi con le sue stesse parole l'orribile congiura ai suoi danni. E a dargli man forte arriva il giornalista Roberto Mazzucca, direttore del giornale delle serve (cioè il bolognese "Resto del Carlino", chiamato così in città per la nota autorevolezza e la predilizione per la cronaca nera a tinta fosche), che in un editoriale di oggi chiede al governo e a Coop Italia di fare chiarezza sulla normativa dei prestiti fatti a questa ultima dai suoi soci, dimenticando che la materia è già regolata da diverse leggi e deliberazioni del CICR. Quello che era meno ovvio è che proprio nella patria del liberalismo l'hanno presa molto male. Il Financial Times infatti ha dato a Caprotti del "capriccioso" e del "mentitore" continuando con una frase illuminante: "se la sua Esselunga fosse stata una public company a quest'ora dovrebbe vedersela con gli investitori e le autorità che regolamentano il mercato". Invece "l'unico investitore a cui deve rispondere è se stesso". Quello che non capiscono i giornalisti del FT è che il liberalismo in Italia è esattamente questo: rispondere solo a se stessi. O al massimo al prete nel confessionale.

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26 settembre 2007
Appuntamento col sentimento

di Ricchiuti 


Garlasco c’è un uomo di circa vent’anni rinchiuso da stasera, ieri sera per voi di domattina, in una grotta. Quella dove gli uomini mimano l’idea di colpa e coltivan l’illusione che serva l’espiazione. Comunque vada, non ne uscirà più, pure dovesse rivedere al sole l’avvenire, perché alternative praticabili per le istituzioni rispettabili proprio non ce n’è. La fine era annunciata, a nulla valsa la preghiera di costituirsi alla fine è passata la maniera forte. E’ stato lui perché è sparito in un breve ma eterno, oramai a vita perché vale una vita, lasso temporale. E ciò è inconcepibile, intollerabile e meritevole di biasimo in sé.

Che fine ha fatto ? Non si può stare dieci minuti senza, la vita, il ricordo, le nostre vite, dio salvi chi potrà rendicontarne e darne spiegazione minuto per minuto. Tu, Uomo, lavorerai la terra con sudore perché tu devi lasciare una traccia del passaggio perché il tuo caso poi si chiuda senza lasciarne più alcuna. Non possiamo non lasciare impronte, dobbiamo proprio. Forse, chissà, è solo successo questo. Forse intuendo il cortocircuito mediatico, chissà. Forse sapendo che eccola, stava arrivando la combriccola del Blasco. S’è sentito Vasco Rossi. Ed a fronte della vita, gogna e galera spericolata che gli si parava avanti, ha voluto concedersi l’ultimo desiderio di un condannato a fama. Ha voluto stare spento.



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permalink | inviato da giornalettismo il 26/9/2007 alle 8:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

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