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25 novembre 2006
GOOGLE E LA CACCIA ALLE STREGHE

di Gregorj 


di Gregorj

In Italia la situazione è sempre drammatica, ma raramente è seria. La magistratura di Milano ha deciso di indagare Google Italia per diffamazione aggravata nell'ambito dell'inchiesta sul filmato del ragazzo disabile, perché il motore di ricerca non ha vigilato su quanto "trasmesso" nel suo servizio di hosting video. Concorso in diffamazione aggravata è il reato ipotizzato dai giudici, che hanno applicato a Google l' art. 40comma 2 del Codice Penale, che recita: "Non impedire un evento che si ha l'obbligo giuridico di prevenire, equivale a cagionarlo". Anche se una direttiva europea recepita in Italia nel 2003 recita che il provider non deve sorvegliare sui contenuti messi on line dagli utenti, ma è tenuto soltanto a rimuovere i contenuti illegali una volta venutone a conoscenza, e a collaborare per identificare i responsabili. E Google il video l'ha rimosso.
E allora di cosa stiamo parlando? Da quando è accaduto il fattaccio, i media hanno scatenato una caccia alle streghe alla ricerca disperata del video più compromettente e delle prove di chissà quali reati. Si capisce un atteggiamento simile da parte dei giornali, soprattutto di quelli che amano battere il ferro finché è caldo. D'altronde, essere bulli oggi fa audience, come dice giustamente Stefano de' Noantri... E in trasmissioni televisive dove l'incompetenza regnava sovrana, si è continuato a dire che la Rete è sinonimo di impunità. Tutto questo dimenticando due cose. La prima: gli atti di bullismo come quello del video succedevano ben prima dell'avvento delle videocamere e di Google; di sicuro, per uno che è finito on line ne saranno passati centomila sotto silenzio. E quindi se tutta questa indignazione si è scatenata, e i colpevoli di quel gesto sono stati puniti, è - paradossalmente - anche "merito" di Google Video. La presenza della videocamera può aver avuto forse soltanto un effetto di esaltazione di qualcosa che sarebbe comunque accaduto, e che è venuto alla luce solo e soltanto grazie alla loro debbanaggine. La seconda: nessuno degli utenti di internet che hanno a cuore i diritti altrui desidera che la Rete sia il Far West. Ma è necessario che le regolamentazioni siano proposte da chi di internet capisce davvero. Soprattutto, tenendo ben presente che attraverso il numero IP che ogni computer ha è possibile risalire a chiunque diffonda materiale offensivo. Ecco, se c'è un errore che ha fatto Google Italia nell'occasione è stato proprio quello di dire ai magistrati che se volevano l'ip di chi aveva hostato il video, dovevano fare una rogatoria internazionale (come si è appreso dai giornali). Firmare accordi per rendere automatiche questo tipo di procedure salverebbe sia Google che le indagini, e farebbe capire a chi di dovere che l'impunità non esiste.
Ma il Web non ha bisogno di sceriffi. Come avrebbe dovuto insegnare quella vicenda, la Rete è stata sia capace di portare a conoscenza di tutti quel video, che di trovare un modo per perseguirne gli autori. E tutto ciò senza che nessuna autorità vigilasse su un'entità che, vista la sua ampiezza, è impossibile da setacciare, pattugliare, controllare. Come vorrebbe qualche moderno Torquemada che di Internet ha soltanto sentito parlare.

p.s.: la prima frase è un famoso aforisma di Ennio Flaiano
pp.ss.: questo post è frutto anche delle riflessioni scaturite dalla lettura del blog Scene Digitali

Edit: Post segnalato da LiberoBlog...grazie a redazione e commentatori!





permalink | inviato da il 25/11/2006 alle 9:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (25) | Versione per la stampa

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