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4 aprile 2007
DI GENERE DEGENERE

di Diario 


di Seria Loves

Non guardatemi troppo intensamente: capireste che ho qualcosa di strano. Che sono una transessuale. Sì, come quelle che vi è capitato di incontrare, magari di notte, sul ciglio di un marciapiede, in attesa di promesse, ma non di felicità. Negli ultimi giorni l’Italia perbenista ha finto di scandalizzarsi, perché un politico del centrosinistra ha osato avvicinare uno di questi angeli del fango, rischiando così di perdere la sua poltrona. Dov’è lo scandalo? Non ci è andato a letto, non l’ha rimorchiata in cambio di denaro. Ha soltanto avvicinato la ragazza a bordo del suo Suv. Si è fermato, ha abbassato il finestrino e ha chiesto qualcosa: il prezzo? L’ora? Il nome? L’indicazione di una strada? Non importa, lo scandalo sta nel fatto che ha osato parlare con una di noi. Ebbene, forse stupirà ma siamo esseri umani. Voi non potete vedermi, solo immaginare un’apparente ragazza dal viso disarmonico, che ha passato l’infanzia e l’adolescenza come ragazzo, incapace di riconoscersi in un corpo che non gli apparteneva, quel bambino che si sentiva femmina dentro, mentre fuori gridava un’altra verità. Noi transessuali siamo anime coraggiose che hanno lasciato da parte l’incertezza e cominciato a prendere medicinali per cambiare i connotati, ci siamo rifugiati nella chirurgia estetica per modellare il nostro aspetto e renderlo conforme a quello che sentiamo di essere. Tentando in ogni modo di far uscire ciò che siamo, rendendo simile l’interiorità all’esteriorità.
Siamo colpevoli di essere un “genere” sessuale a parte? Per qualcuno sì. Penso ad una Chiesa caritatevole solo con gli assassini e i preti pedofili, ma che non perdona chi cerca la SUA verità. Ad uno Stato che non intende tutelarci. A tutti coloro pronti a ironizzare su di noi, omosessuali compresi, e che ci guardano come gli ultimi tra gli ultimi, quelli di un genere degenere. Siamo invisibili, finiti ai bordi delle strade perché nessuno si sognerebbe di darci lavoro, non a noi che non siamo uno scherzo della natura maligna, ma con la natura ci abbiamo scherzato. Imperdonabile. Meglio non dare denaro legale a un transessuale. Meglio pagarlo in cambio di una scopata. E’ così che avviene infatti. Noi ragazze con il pene tra le gambe siamo rimorchiate il più delle volte da padri di famiglia che hanno bisogno di placare le proprie inquietudini, le ansie di omosessualità latenti da spegnere con qualche banconota. Per poi tornare dall’amabile famigliola, ai figli, al letto con la moglie, per dimenticare l’essere strano, eccitante e perduto con cui si è stati fino a poco prima. E allora dateci del “lei”, per favore. No, non sto parlando di una formalità che non ci appartiene, ma rivolgetevi a noi al femminile, perché non c’è offesa più grande del non riconoscere la nostra femminilità, quel poco o tanto che siamo riusciti a raggiungere con le unghie e con i denti, contro tutto e tutti. Dateci del “lei”, ma solo perché rispettate il coraggio e siete in grado di andare oltre alla voce da ET che il più delle volte ci fa soffrire perché non corrisponde a come la vorremmo. Noi ci vergogniamo non di quello che siamo, ma di ciò che ancora non siamo riuscite a raggiungere, di quei gradini della scala che ci separano dal nostro ideale femminile, forse utopistico. E quell’Eden cattolico triste dal quale il Vaticano e la gente comune ci ha scacciato, in realtà ci sta già aspettando, lo meritiamo perché caparbie e coraggiose, indipendentemente dalla prostituzione cui spesso siamo condannate perché non c’è alternativa, dei favori sessuali da concedere, dei bisturi che conosciamo bene, di foto di politici che non hanno nulla di ricattabile ma vengono spacciate per tali, e di risolini che colpiscono sempre e comunque diritto al cuore. Noialtre, me compresa, restiamo sensibili nonostante tutto, e il silicone nelle tette non può cambiare la nostra anima. Ferita dai tanti che pretendono di mondarcela.

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permalink | inviato da il 4/4/2007 alle 9:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (116) | Versione per la stampa

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