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24 aprile 2007
SI CHIAMAVA AUGUSTO PAROLI

di Gregorj 


di Gregorj

Si chiamava Augusto Paroli. Ma non è che alla Rivoluzione ci credesse granché. Mai iscritto al Partito Comunista - anche perché non avrebbe mai saputo dove firmare, visto che oltre la terza elementare non era andato - però a lui quell'aria non gli era mai piaciuta. A lui e a tutta la famiglia, visto che tra padre, madre e 9 fratelli nessuno aveva la tessera, anche se il pezzo di carta ti risparmiava un sacco di file tristi tra gente affamata. Se glielo avessero chiesto, non avrebbe mai saputo dire perché quei tizi in camicia nera non gli stessero simpatici. Una questione di pelle, probabilmente. Lui viveva diversamente: andava volentieri all'osteria, la domenica sempre allo stadio - a vedere sia la Roma che la Lazio, perché era uno sportivo, lui - e gli altri giorni lavorava. Se c'era da lavorare, ovvio. Solo che a quei tempi era difficile anche quello. Perché dovevi avere la tessera, e se non era la tessera erano le amicizie, e se non erano le amicizie era qualcosa d'altro che è brutto confessare persino a 60 anni di distanza. E poi la giornata mica era detto che te la pagavano tutta. Il capomastro poteva pure far finta che
non aveva spicci. Tanto, con chi ti potevi lamentare? Alle guardie non gliene importava nulla, e poi, se denunciavi un padroncino, quello passava parola. E chi ti dava più lavoro? I sindacati, dite? Ci vuole la tes-se-ra! Quante volte ve lo devo ripetere che ci vuole la tessera?
Io penso che sia per questo che
Augusto Paroli alla fine sia entrato in quella che all'epoca non si chiamava ancora 'Resistenza'. "Mi devo fare la tessera? Bene, mi faccio quella di chi dico io", deve aver pensato. Che poi, la vogliamo davvero chiamare Resistenza? Fino a quando non sono arrivati i '40 inoltrati, più che altro erano bande organizzate di ragazzini troppo cresciuti. Che beccavano il gerarca di zona mentre tornava a casa, gli mettevano un sacco di yuta in capoccia perché non potesse vedere né arrivare al pugnale, e lo riempivano di tortorate. A me l'hanno spiegato anni dopo che cos'è un tortore. Un tortore è un randello nodoso, di quelli che si usano per tendere le funi. Pesante abbastanza da lasciare il segno, se te le dànno di taglio o in testa. E pensare che lui, rosso, si era anche tinto i capelli per precauzione. Si chiamavano persino per soprannome, quei guasconi. Poi il gioco ha cominciato a farsi serio. Si parlava di cominciare ad ammassare armi, rubare l'esplosivo dai cantieri - facile per chi era abituato a rubare dal fornaio... - mettendoselo in quelle tasche capienti e mezze strappate che i muratori usavano per andare a lavorare, prima di trovare quell'impiego alla Manifattura Tabacchi. E riunioni notturne dietro quel monticello alla valle dell'Inferno - la chiamavano così perché era piena di ciminiere dove fabbricavano i mattoni, e il cielo era sempre neroneronero - e tante belle chiacchiere su come sarebbe stato quel dopo che nemmeno immaginavano. Dicono le cronache che "nel mese di dicembre, la formazione di Bandiera Rossa, particolarmente attiva sul piano militare si è resa protagonista di un'iniziativa 'clamorosa' nella città: ha diffuso volantini che informano la cittadinanza dei delitti commessi dalla banda Bardi/Pollastrini da poco sciolta dalle autorità tedesche". Capirai, tanto clamore per qualche volantino. Scritto in un italiano che nemmeno oso immaginarlo. Ma per far venire bene una storia ci vuole anche un Giuda, no? Uno che gli abitava vicino, alla Valle, e con il quale era cresciuto insieme. Era dicembre. Davanti al cinema Principe, ha aspettato che passassero due guardie per chiamarlo ad alta voce "Augusto! Augusto Paroli!". Lo sventurato rispose, è proprio il caso di dirlo. E quell'infame, che con la polizia ci si doveva essere messo d'accordo da chissà quanto, glielo ha indicato senza nemmeno dire "E' lui! Prendetelo!" come nei film neorealisti. Non ce n'era bisogno.
Si chiamava Augusto Paroli di Riziero, nato a Roma il 13 giugno 1913; il capo d'imputazione era: "attività antitedesca Feldgericht". L'hanno fucilato a Forte Bravetta il 2 febbraio del
1944. La sorella, quando un mese dopo si è andata a riprendere la salma, ha notato che non aveva più unghie. Né quelle delle mani e né quelle dei piedi. E che una caviglia era girata in modo assolutamente innaturale. L'ha riconosciuto dal cappotto che aveva addosso il giorno che è uscito di casa per l'ultima volta. Ma il soldatino che stava di guardia le ha detto che a quelli che lo interrogavano non ha dato la soddisfazione di tirare fuori non dico un nome, ma nemmeno un lamento. Forse non è vero, però. Non penso che sia umano riuscire a resistere alle torture. Non lo so, io non ci riuscirei. Si chiamava Augusto Paroli. Era lo zio di mia madre. Lui è uno dei tanti che il 25 aprile non l'ha mai festeggiato.

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permalink | inviato da il 24/4/2007 alle 11:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (69) | Versione per la stampa

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