5 luglio 2007
Fatti più in là...

di Gregorj 


Occhio non vede, cuore non duole. Un paio di mesi fa, in piena polemica sulla sicurezza, la giunta Veltroni e il prefetto Serra hanno dato il via al piano di sgombero da Roma delle tante comunità Rom presenti in città. Un piano preparato nell'ultimo anno e che ha visto il suo culmine nell'operazione-Campo Boario. Nella zona, a Testaccio e una delle più vicine al centro di Roma, era presente da più di venti anni una delle comunità di zingari più numerose della Capitale: si trovava all'interno dell'ex mattatoio, confinante con via di Monte Testaccio - dove sono ubicati alcuni dei locali più alla moda come l'Alibi - e il lungotevere, nel quale da tanti anni c'è il centro sociale Villaggio Globale, mentre da quelle parti si trova anche una specie di "quartier generale" di curdi del Pkk. "Stiamo facendo l´esame delle aree dove dislocare i nomadi, ma abbiamo già individuato alcune possibilità: nei prossimi giorni vedrò il prefetto per passare alla fase operativa", disse il sindaco all'epoca, mentre presentava il "Patto per Roma sicura". Come si racconta qui, lo sgombero è avvenuto in modo pacifico e senza problemi, anche se molti dei Rom della zona erano ormai integrati nella comunità, qualche bambino andava persino a scuola e viveva tranquillamente una realtà che era ormai "accettata" (con qualche distinguo: uno dei tanti comitati di quartiere contestava da anni lo stanziamento, affermando che era fonte di criminalità). Una parte del campo è stata portata a Saxa Rubra. A quelli che sono rimasti fino all’ultimo, invece, è stato promesso un contributo a famiglia di 2.000 euro e un bonus benzina al posto dello scuolabus per mandare i figli a lezione.

Il problema è che mentre l'esame delle "aree dove dislocare i nomadi" è continuato, alcuni di questi sono finiti sfrattati dal Campo Boario
e, contemporaneamente, senza un posto dove vivere. E allora hanno deciso di spostarsi, sì, ma di piazzarsi a Lungotevere Testaccio, ovvero a circa 50 metri in linea d'aria dal luogo in cui erano ubicati. Lì, in una strada senza uscita, oggi stazionano una decina di roulottes dove vivono una cinquantina di persone. Senza servizi igienici aggiuntivi, completamente "allo scoperto", esattamente confinanti alla riva del Tevere. E, inutile dirlo, tra essi ci sono molti bambini che vivono in condizioni di sicurezza sicuramente inferiori rispetto a quelle del Campo Boario. La maggior parte dei rom si è integrata perfettamente con i frequentatori del Villaggio Globale, alcuni hanno aperto banchetti di rivendita di bibite e alcoolici o di collanine, che rimangono in funzione tutta la notte, esattamente come i molti che si trovano a via Monte dei Cocci gestiti da italiani. Qualche problema rimane: si sentono insulti lanciati dai ragazzini che vanno alle serate del centro sociale, a cui generalmente i nomadi rispondono con occhiatacce. Rimane il problema di una sistemazione di certo peggiore rispetto a quella iniziale, e che ogni giorno che passa rischia di diventare sempre più definitiva: gli zingari dovevano andare via a giugno, ma ad oggi sono ancora lì. E probabilmente ci resteranno per tutta l'estate.

E soprattutto, da questi fatti rimane anche la sensazione di una comunità - politica, civile, di sicurezza - che di questo tipo di problemi si occupa soltanto con piani di emergenza, senza essere in grado di dare risposte "sociali": le prostitute? Non battano più in strada, perché è brutto a vedersi. I rom? Li spostiamo 100 metri più in là, così staranno meglio. Un po' come la cameriera che nasconde la polvere sotto il tappeto perché la padrona vuole la casa pulita. Poi, chi vivrà vedrà.

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